Cerca

ContrAppunti

Settembre-Ottobre 2009
Libri&Recensioni
Beppe Lopez e il "suo" Quotidiano
La storia, anzi l'avventura di un giornale che conquistò la gente
di FRANCO CHIECO
Link


Ma è proprio spietato il libro “Giornali e democrazia” di Beppe Lopez pubblicato da Glocal Editrice. Dovrebbero leggerlo le mezze calzette che oggi “fanno” politica (persino a vari livelli istituzionali) e, perché no?, le mezze calzette che fingono di dirigere quel che resta di certi giornali di oggi. Tutti troverebbero qualcosa su cui riflettere. Lopez non va per il sottile nel raccontare una storia vera, una sua personale esperienza. Quella della nascita, trent’anni fa, di un quotidiano “locale e popolare” a Lecce, che si pubblica tuttora ma non è più lui, l’ideatore e il fondatore, a dirigerlo. Ecco perché è una vicenda-metafora. Un’impresa che, nel giugno del 1979, era apparsa spericolata proponendosi l’ardire di rompere il monopolio storico dell’informazione in Puglia, detenuto da un giornale altrettanto storico che si chiamava “La Gazzetta del Mezzogiorno”.
Beppe Lopez, barese, aveva 32 anni. Faceva il giornalista da un bel po’, collaborando a varie testate, era stato addetto stampa alla presidenza della Regione Puglia con Beniamino Finocchiaro. Fu tra i primi, a Roma nel 1976, a imbarcarsi nell’avventura della nascita di “Repubblica” fondata da Eugenio Scalari. Il giornale era nato con un obiettivo preciso: un quotidiano “fatto per essere venduto”, nuovo e accattivante nello schema grafico, un progetto che mirava ad occupare l’area radical-socialista in alternativa al taglio liberal-conservatore del “Corriere della Sera”. Un modello che Lopez, tre anni dopo, trasferì a Lecce dando vita ad una testata che si chiamò “Quotidiano (di Lecce, Taranto e Brindisi)”. Si vide subito, dalla ricchezza dei contenuti e dal coraggio delle scelte, che non era un giornale qualunque: con una informazione nuova nel metodo, essenziale nell’analisi e nella forma, grazie anche all’autorevolezza delle “firme” che la proponevano, aveva insomma “bucato” il muro che divideva il sistema giornalistico dalla gente.
Stupefacente fu l’immediato successo, forse oltre le previsioni le vendite. Quanto poteva bastare per sorprendere e mettere in guardia le conventicole di intellettuali, i potentati politici e non. Dove poteva, dove voleva arrivare un giornale popolare e democratico, anticonformista, dichiaratamente “progressista”? Un giornale concettualmente di sinistra ma non faziosamente di sinistra, quindi onesto? “Quotidiano” riuscì pure ad entrare in certi salotti borghesi, portandovi una ventata di aria nuova, ma la natura, le caratteristiche, le esigenze dell’iniziativa avevano dei costi. Il bilancio aveva fatto affidamento sulle famose provvidenze per l’editoria, ma la legge si faceva attendere. Dopo appena un anno il giornale si trovò in ginocchio, minato da una inquietante crisi di liquidità. Ma non si arrese. Lopez ci racconta per filo e per segno, con grande passione, tutte le vicissitudini, dall’impegno inflessibile dei giornalisti e dei tipografi (si lavorava anche 18 ore al giorno) alle ipocrisie, vere imboscate di chi in realtà aspettava il momento giusto per allungare le mani su un giornale che, comunque, aveva conquistato la “piazza” salentina. E sono, queste, pagine non sempre di alto spessore etico… La battaglia per “una informazione democratica e moderna” doveva concludersi il 29 novembre 1981 con l’improvviso e immotivato licenziamento del suo principale fautore. Una vittoria del Potere, una prepotenza che tuttavia non piegò il battagliero Lopez che subito s’impegnò, a tutto campo, in altre non meno significative esperienze.
Ma poteva bastare, la sostituzione del direttore, per cambiare i connotati di un giornale “scomodo” (e che oggi, sia pur ridimensionato nella sua identità, può vantare trent’anni di vita)? La verità è che tutto si può fare, appunto, con le armi del potere. Persino “Repubblica” – è Lopez a ricordarcelo - quando fiutò il vento degli anni 70/80, quella “Repubblica” pensata da Scalfari come giornale socialista, presto divenne il punto di riferimento del “popolo comunista”. E’ un pallido ricordo il “Corriere della Sera” pilastro del pensiero liberal-conservatore.
Peggio è andata ad altri giornali (“nostri”, di nostra conoscenza) finiti nelle mani di affaristi, altro che editori “puri”. Altro che – parole ormai in disuso - informazione “democratica e moderna”. Provate a leggerli. Fumo negli occhi è la nuova grafica strabiliante ovvero esilarante. E quanto ai contenuti, ritroverete saldamente ricomposto il muro che tanti anni fa divideva il sistema giornalistico dalla gente, il sistema della complicità con il potere mediante la puntuale sintonia con le sue finalità. Dove sono finiti il rigore dell’obiettività dell’informazione, le analisi coraggiose, il rispetto dei diritti del Lettore? Titoli gaglioffi e fuorvianti, per non dire che persino l’ortografia, la grammatica, la sintassi sono considerate piccoli, noiosi dettagli. Anticaglie (e per di più oppressive, poco democratiche).
Franco Chieco

Copyright © Glocal Editrice