14 luglio 2009
Un anno fa l'accoltellamento di Giuseppe Basile
Il giallo di Ugento? Proprio non coinvence l'arla del delitto
Un volume di Lino De Matteis
di DINO LEVANTE
«Quella notte di metà giugno 2008, Basile non doveva essere ucciso», ipotizza il giornalista Lino De Matteis, autore del libro “Il giallo di Ugento. L’omicidio di un uomo scomodo, Giuseppe Basile. La sfida all’omertà di un prete, don Stefano Rocca” (Glocal Editrice, 224 pagine, 14 euro), con prefazione di Pino Arlacchi. «Forse, doveva solo essere intimorito, magari con una minaccia più determinata e convincente di quelle subite in precedenza, con un crescendo di macabri messaggi da quando era diventato consigliere comunale e provinciale dell’Idv. La sua elezione, infatti, aveva cambiato, e non di poco, la situazione. Fino ad allora Peppino Basile era stato considerato quasi una sorta di “scemo del villaggio”, un cafone semianalfabeta con la mania della politica e della difesa dei poveri e degli oppressi». Basile - secondo l’autore - sarebbe rimasto vittima di una intimidazione degenerata in scontro violento e conclusa con il suo assassinio e «il movente potrebbe non risiedere in un fatto specifico, bensì nella capacità di Basile di dare complessivamente fastidio, di intralciare politicamente piani e progetti di affari». Di fatto ancora in questi giorni le cronache riportano degli interrogatori, da parte degli inquirenti, rivolti a minorenni che saprebbero qualcosa di più preciso sulla tragica fine di Peppino Basile.
E il movente? Il movente potrebbe risiedere «nella volontà del “Sistema”, come diceva Basile, di zittire un oppositore scomodo, che aveva già dimostrato di poter interferire nei suoi propositi di gestione del territorio e che, forse, si apprestava a farlo nuovamente». Una ipotesi che spiegherebbe le difficoltà degli investigatori a trovare un movente specifico e l’anomala esecuzione del delitto eseguito con decine di coltellate. «Non può certo essere quella - scrive De Matteis, arguto autore già noto per le sue inchieste giornalistiche condotte, tra l’altro, sul caso Renata Fonte o sul governatore Raffale Fitto - la modalità di uccidere qualcuno con premeditazione. Chi ha l’intenzione di compiere un omicidio lo farebbe nel modo più sbrigativo e veloce possibile. Chi deve eseguire una condanna a morte userebbe, magari, una pistola, un colpo secco e via». Una interpretazione che troverebbe fondamento anche nel clima di paura, minacce violente che ad Ugento si sono manifestate prima e dopo il suo omicidio, con le minacce di morte al parroco don Stefano Rocco, anche lui colpevole solo di non voler stare zitto e di non smettere di chiedere la verità.
Sconvolto dall’omicidio di un suo uomo politico, Ugento, a due passi dal Capo di Leuca, ha perduto la pace, vive ancora oggi nel terrore delle intimidazioni, con il parroco minacciato di morte per aver sfidato l’omertà. Solo la verità sull’assassinio potrebbe ridare serenità ad una comunità sprofondata nell’angoscia della paura e dei sospetti. L’incertezza delle indagini, che, dopo un anno, ancora non hanno imboccato una strada precisa, accresce il senso di afflizione e di impotenza dei cittadini, che si sentono in balia di quel potere criminale occulto che, indipendentemente dal movente dell’omicidio, ha mostrato di voler controllare il territorio, imporre la propria volontà e imbavagliare chi chiede giustizia e verità. «In Sicilia si chiama Mafia, in Campania si chiama Camorra, qua non c’è più la Sacra corona unità, c’è il “Sistema”», diceva Peppino Basile, prima di essere massacrato la notte tra il 14 e il 15 del giugno dello scorso anno.
Restano ancora tutte aperte le ipotesi investigative, descritte e ricostruite con cura nel volume di Lino De Matteis. Un giallo di cronaca vera.
Dino Levante