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Giugno-Luglio 2009
Dubbi
Gli anni Settanta:
le nostre radici?

Non c'è scrittore italiano che abbia celebrato gli Anni Settanta con maggiore determinazione e impegno di Beppe Lopez. Nelle librerie circolano tre suoi libri sui “migliori anni della nostra vita”. Ma è proprio cosi? Ecco il suo pensiero.
di DARIA TERRACINA


Non c'è forse scrittore italiano che abbia celebrato il trentennio degli Anni Settanta con maggiore determinazione e impegno di Beppe Lopez. Basti dire che sono presenti nelle librerie ben tre suoi libri su “i migliori anni della nostra vita” (che pure per altri sono stati “i peggiori”): un romanzo di grande impianto come “La scordanza” (Marsilio), il saggio “Giornali e democrazia” (Glocal Editrice) sul degrado dell'informazione nel nostro Paese e persino una commedia e “Moresca” (Oèdipus), sottotitolata “Lezione di politica in forma di canovaccio teatrale”.
Sembrano quasi un'ossessione, per lei, gli Anni Settanta.
Diciamo che considero la fine degli anni settanta il vero spartiacque della storia nazionale, dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi. L'Italia era una laboratorio sociale, culturale e politico di dignità assoluta e di enorme portata, anche internazionale: diritti civili, diritti sociali, diritti dei lavoratori, liberazione individuale e collettiva, democratizzazione di massa, intreccio fra pubblico e privato... Tutto era cambiato, tutto stava cambiando, ma a quel punto ci fu l'interruzione di quei processi di socializzazione e di democratizzazione. Deciso, più che dall'alto, dall'esterno. Dalla legge di Yalta e cioè dagli interessi strategici delle due superpotenze che si dividevano e volevano continuare a dividersi il mondo.
Si riferisce all'assassinio di Moro e al blocco della sua strategia per l'inserimento del Pci nell'area di governo?
Questi sono i nomi politici di quei processi e di quegli avvenimenti e riguardano ciò che certamente interessava agli Usa e all'Urss. Ma quello che interessava concretamente gli italiani erano le trasformazioni epocali avviate, sin dall'epoca del primo centro-sinistra e del Sessantotto: nazionalizzazioni, aborto, divorzio, sistema sanitario, scuola dell'obbligo, statuto dei lavoratori, chiusura dei manicomi, polizia democratica, medicina democratica, giornalisti democratici... Insomma, libertà e giustizia sociale. Basti pensare che allora si registrava un tasso di mobilità sociale fra i più alti al mondo, e oggi è esattamente l'opposto: le statistiche ci dicono che il nostro è divenuto il paese dove il fossato fra i poveri e i ricchi è fra i più larghi e profondi al mondo.
Che senso ha oggi soffermarsi nella descrizione di quel mondo?
Primo, si tratta di memoria, di storia, di radici: e chi non ha radici non può avere futuro. Secondo, sono convinto che ciò che ci succede adesso – la separatezza ormai incolmabile fra politica e società, l'affarismo legato alla politica, il malcostume e gli opportunismi, i conflitti di interesse, il degrado dei costumi, la mancanza di rispetto per gli altri e per chi sta peggio di noi – è il frutto maturo di quello spartiacque. Non si trattò tanto di impedire al Pci di andare al governo, quanto di bloccare, tagliare, impedire una evoluzione “naturale” della società italiana, nel bene e nel male, fra contraddizioni e lotte interne. Da allora la politica e la società italiana, economia compresa, hanno avuto uno sviluppo innaturale, malato, di tipo tumorale...
E il terrorismo? C'è chi vive come un incubo quegli anni, identificandoli con gli “anni di piombo”. Proprio contemporaneamente al suo “La scordanza” è uscito l'ultimo romanzo di Roberto Cotroneo, su quegli anni, tutto incentrato sul terrorismo...
Il protagonista della “Scordanza”, Niudd', che vive quello spartiacque della vita nazionale come e insieme ad una tragedia personale, ricorda il terrorismo non solo come prodotto e produttore di una cultura, di interessi e di istanze esattamente opposti a quelli di quegli anni, ma attivato proprio per contrapporsi ad essi. Significativamente è il terrorismo a bloccare quei processi, dal livello “istituzionale”, ammazzando Moro.
“Moresca” è un singolare canovaccio teatrale, che lei confezionò ricavandone il testo da discorsi di Moro e da saggi su Moro, e fece rappresentare in teatro nel 1977. In scena faceva ammazzare Moro, da un “pezzo” della sinistra, una quindicina di mesi prima che Moro venisse realmente ammazzato, indefinitiva e materialmente da un “pezzo” della sinistra.
Allora facevo il cronista politico a “Repubblica”. Ero affascinato dalla capacità di egemonia e dalle “aperture” sociali – prima ancora che politiche – di quel gigante della politica. E con quel testo ne rilevavo la straordinaria aderenza a quella che deve essere la funzione della politica: rappresentare il sociale e consentirne gli sviluppi. Sino ad un recupero della categoria storica del “trasformismo” - il potere che per perpetuare se stesso assorbe parte dei valori e dello stesso personale politico di una opposizione incapace di mettere in campo un'alternativa – di cui è solo una volgare e strumentale caricatura il giustificazionismo individuale dei voltagiacchetta. Del resto, c'è chi ha giustamente rilevato che la sola alternativa al trasformismo, nella storia d'Italia, è stato il colpo di stato (riuscito peraltro in una sola occasione, col fascismo). Io sono per le riforme di struttura. Ma, in mancanza. Meglio il trasformismo moroteo del colpo di stato o dell'assassinio politico?
Come gli venne quell'idea di assassinio politico specifico? Un presentimento?
Mi venne così. Forse era nell'aria, al di là delle nostre stesse consapevolezze individuali...
Infine, ecco “Giornali e democrazia”: un titolo che richiama quello del suo sito “Informazione e democrazia” (www.infodem.it). In copertina, lo stesso logo del sito: una macchina da scrivere che diventa l'aula della Camera dei deputati...
Non solo per sensibilità professionale, facendo il giornalista ormai da quasi mezzo secolo, ritengo centrale per l'Italia la questione della democrazia informativa (e della democrazia parlamentare: la democrazia diretta, al di là delle intenzioni, è oggi una jattura, come dimostra la degenerazione del nostro sistema sul terreno maggioritario, della personalizzazione della politica, bipolaristico, bipartitico, mono-valoriale). Non abbiamo mai avuto un mercato dell'informazione – a differenza della totalità dei paesi occidentali – e registriamo oggi una situazione ancora peggiore, sia per quello che riguarda i giornali che la televisione: concentrazione proprietaria assoluta, omologazione informativa pressocchè perfetta, quasi ultimata desertificazione dell'area delle testate indipendenti e regionali, totale controllo da parte di poche conglomerate finanziarie che d'altro canto eterodirigono anche la politica.
E che c'entrano, anche in questo, gli Anni Settanta? (Il sottotitolo di “Giornali e democrazia” è infatti: “Anali del degrado dell'informazione in Italia, partendo dalla fine degli Anni Settanta e dalla vicenda-metafora del primo quotidiano locale moderno e popolare: il Quotidiano di Lecce).
Anche nel settore dell'informazione – e come poteva essere altrimenti? - in quegli anni sembrò che tutto potesse ricominciare e poi, d'un tratto, tutto fu interrotto. Mi dimisi da “Repubblica”, per andare a fare quel giornale in provincia che avviò la modernizzazione dei giornali locali e che, per una serie di ragioni, diventò punto di riferimento culturale nazionale per liberali, libertari, movimenti e sinistra non partitica. Anche quel “miracolo”, dopo tre anni, fu interrotto, da un caso esemplare di intreccio tra politica e affari. E poi, come per il resto, la storia dell'informazione di quegli anni – che per me, come ho detto, è storia di questi anni – è stata rimossa e diffamata. Ho voluto rivendicarne gli straordinari intenti, i felici esiti e la esemplare attualità.
Daria Terracina

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