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Nuovo Quotidiano di Puglia

30 giugno 2009
Nel libro di Lino De Matteis la ricostruzione dell'omicidio di Peppino Basile. «Il consigliere non doveva essere ucciso»
Il giallo di Ugento
di VALERIO CASAGRANDE


«In Sicilia si chiama mafia, in Campania si chiama camorra, qua non c’è più la Sacra corona unità, c’è il Sistema», denunciava Peppino Basile, consigliere comunale e provinciale dell’Italia dei valori, prima di essere massacrato a coltellate la notte tra il 14 e 15 giugno del 2008 a Ugento. Un omicidio che ha sconvolto la comunità del Capo di Leuca, all’improvviso senza pace, sprofondata in un clima di sospetti, la paura delle intimidazioni e il terrore degli attentati, con il parroco don Stefano Rocca minacciato di morte per aver sfidato l’omertà. Un delitto anomalo, che ha sollevato anche molte polemiche politiche, ma che ad un anno di distanza non ha trovato ancora soluzione, con gli assassini e i mandanti ancora in libertà.
La vicenda è stata ricostruita dal giornalista Lino De Matteis nel suo libro “Il giallo di Ugento” (Glocal Editrice), che ripropone con puntigliosità tutti gli elementi che hanno caratterizzato finora il “caso di Ugento”, come per mettere sul tavolo le tessere disponibili di un puzzle che, pur incompleto, lascia comunque intravedere un contesto piuttosto chiaro.
«Quella notte Basile non doveva essere ucciso», ipotizza De Matteis, che non è nuovo a questo genere di ricostruzioni avendolo già fatto con l’omicidio di Renata Fonte nel suo libro “Il caso Fonte”, l’assessore repubblicano di Nardò uccisa 25 anni fa. Probabilmente Basile «doveva solo essere intimorito, magari con una minaccia più determinata e convincente di quelle subite in precedenza, con un crescendo di macabri messaggi da quando era diventato consigliere comunale e provinciale dell’Idv. La sua elezione, infatti, aveva cambiato, e non di poco, la situazione. Fino ad allora Peppino Basile era stato considerato, scrive De Matteis, quasi una sorta di “scemo del villaggio”, un cafone semianalfabeta con la mania della politica e della difesa dei poveri e degli oppressi…».
Basile – secondo l’autore - sarebbe dunque rimasto vittima di una intimidazione degenerata in scontro violento e conclusa con il suo assassinio e «il movente potrebbe non risiedere in un fatto specifico, bensì nella capacità di Basile di dare complessivamente fastidio, di intralciare politicamente piani e progetti di affari. Il movente potrebbe risiedere, quindi, nella volontà del Sistema di zittire un oppositore scomodo, che aveva già dimostrato di poter interferire nei suoi propositi di gestione del territorio e che, forse, si apprestava a farlo nuovamente...». Un’ipotesi che spiegherebbe le difficoltà degli inquirenti a trovare un movente specifico e l’anomala modalità del delitto eseguito con decine di coltellate. «Non può certo essere quella – scrive De Matteis – la modalità di uccidere qualcuno con premeditazione. Chi ha l’intenzione di compiere un omicidio lo farebbe nel modo più sbrigativo e veloce possibile. Chi deve eseguire una condanna a morte userebbe, magari, una pistola, un colpo secco e via...». Un'ipotesi che troverebbe fondamento anche nel clima di paura, minacce, intimidazioni violente che ad Ugento si sono manifestate prima e dopo l’omicidio di Basile.
«Non credo alla pista passionale. Ci sono pochi dubbi sulla sua matrice politico-criminale», scrive anche il sociologo ed esperto internazionale di lotta alla criminalità Pino Arlacchi nella prefazione al libro di De Matteis.
«Gli inquirenti – continua Arlacchi– avrebbero dovuto percorrere sin dall’inizio e con grande determinazione questa strada, e non l’hanno percorsa. Mi occupo di criminalità da trent’anni. Ho collaborato con il pool antimafia di Palermo, ho collaborato con Chinnici, Falcone, Borsellino, Caponnetto, e tanti altri investigatori capaci. Ho continuato ad occuparmene per il resto della mia vita, e ho troppo spesso assistito, sia in Calabria che in Sicilia, alla parabola delle indagini sui delitti di mafia che iniziano dalla traccia sbagliata, quella della vita privata della vittima, e terminano, quando terminano, con la scoperta della matrice politico-mafiosa del delitto». 
«Nel caso Basile – sottolinea Arlacchi – ho visto emergere con troppa rapidità l’ipotesi del movente passionale. E mi è subito venuta in mente la prassi mafiosa di uccidere un oppositore e di gettare subito discredito sulla vittima, riducendo la faccenda a storie di corna, gelosie, rivalità e meschinerie locali che non avevano nulla a che fare con l’impegno civile e con l’attività pubblica della stessa. Il tutto allo scopo di depistare le indagini, intimidire i testimoni e far sparire le prove».
«Se l’uccisione di Peppino – si chiede ancora Arlacchi – fosse stata un banale delitto passionale, qualcuno può spiegarmi perché, dopo il delitto, c’è stata una reazione così intensa alle denunce del parroco? Perché le minacce alle persone che si sono occupate del caso sono continuate e continuano? Perché la successione di attentati ed intimidazioni che continua ad avvelenare la vita pubblica di Ugento?».
Valerio Casagrande

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