Cerca

Diario d'agosto/13

L'uva al Carbone

13. In piazza contro l'uva al carbone

di ANTONIO CAMUSO

Agosto 2008


La Gazzetta del Mezzogiorno, 29 agosto 2008
Gli agricoltori brindisini in piazza contro l’uva al carbone. Reclamano l’intervento del Governo e della Regione per essere indennizzati dai danni provocati ai vigneti dalla dispersione delle polveri di carbone dalle due centrali termoelettriche Enel di Brindisi e dagli inquinanti delle industrie chimiche.
Quella Brindisi di quarant’anni fa, a rivederla oggi, attraverso le cronache e le foto ingiallite dei giornali locali, sembra un altro mondo eppure negli anni ’60 era una città che con dignità riusciva a dare occupazione a gran parte della sua popolazione, attraverso il lavoro e la cura di una terra fertile, di una natura generosa e che nell’uva e nel vino aveva i valori che la rappresentavano in tutto il mondo.
L’industria chimica sottrasse negli anni Sessanta moltissime risorse dal mondo agricolo, creò il mito del posto facile e ben retribuito nell’industria e un fiume di denaro diede spinta alla corsa al consumismo in una città che sino allora attraverso la parsimonia, ereditata del mondo contadino, era riuscita a sopravvivere alle vicende travagliate della nostra vita nazionale. Supermercati e cemento dilagarono, mentre un silenzio omertoso calava sulle micidiali nubi inquinanti che si sprigionavano dalle torri del Petrolchimico e delle centrali Enel che, arrossando il cielo delle notti brindisine, spandevano quei veleni che a distanza di qualche decennio avrebbero generato micidiali malattie di una intensità superiore ad altre città ben più industrializzate del nostro Paese. Così l’intenso odore di vinaccia, di fermentazione che si sprigionava dagli stabilimenti vinicoli brindisini sparsi per tutta la città, nelle notti di scirocco, fu sostituito da un odore dolciastro mortifero che uomini, donne e bambini inconsapevolmente respiravano…
Le politiche comunitarie nel frattempo diedero il colpo di grazia all’agricoltura brindisina: indennizzi per gli espianti dei vigneti ed oliveti ridussero le campagne ad un deserto di campi incolti e votati alla monocultura. Le innumerevoli quantità e qualità di ortaggi nostrani (i meloni saraceni e quelli bianchi e gialli da conservare per l’inverno, i pomodori per la “gialletta” e quelli delle “pennole”) furono soppiantati da insipidi e gonfiati meloni provenienti dalla Grecia a prezzo stracciato, dalle passate e pomodori pelati in scatola, dai pomodori “Pachino” provenienti dalla Sicilia e dalle serre industriali, ecc...
I rinomati cavalli brindisini che avevano convissuto per millenni con gli abitanti di questa città, che li avevano aiutati nei lavori più gravosi attaccati ai gioghi degli aratri e dei traini, ma anche diviso con essi i momenti di festa quando addobbati con pennacchi e sonagli d’argento nei giorni di festa conducevano intere famiglie, furono soppiantati dalle inquinanti automobili e, venduti ai macelli, divennero carne sacrificale in nome del nuovo dio Consumo. Con essi scomparve, in quella fine di anni Sessanta, un’intera classe di lavoratori artigiani che per secoli si erano tramandati l’arte del lavorare il legno e il ferro: il legno delle botti e dei “traini” e il ferro di zappe, aratri, cerchi di botti e ferri da cavallo e morsi e tanti altri oggetti di una civiltà forse perduta per sempre.
I mandorleti e i ficheti che fornivano gli elementi essenziali per il dolce, per eccellenza, dei “poveri” contadini, i ”fichisecchi imbottiti con le mandorle”, furono sradicati anch’essi e con loro lo stesso ricordo di questo alimento naturale, biologico e altamente energetico che, insieme ad una bottiglia di vino rosso, aveva rappresentato per millenni l’apporto calorico necessario al duro lavoro del bracciante agricolo delle nostre contrade. Oggi provare a riproporre ai nostri figli e ai nostri nipoti questi alimenti, può sembrare una follia dopo il cambio dei gusti, forzato a colpi di “Kinder”, “Nutella” e cornetti alla finta crema e marmellata con cui si alimentano le nuove generazioni. Eppure caparbiamerte, il recupero di quei sapori, di quegli alimenti, il ricominciare a riavere un corretto rapporto con la nostra terra (o per lo meno con quello che si è salvato dal cemento e dall’inquinamento) sarebbe una delle strade che i nostri figli dovrebbero cominciare a ripercorrere, anche col nostro aiuto, di noi vecchi sessantottini, infondendo loro la speranza che il nostro sforzo per cambiare in meglio questo mondo non si è definitivamente infranto sotto il rullo compressore del Mercato del Capitalismo dell’era della Globalizzazione.
La Gazzetta del Mezzogiorno, 29 agosto 1968
Nelle campagne di Matera un aereo da caccia militare F84F, di stanza a Gioia del Colle, in un volo di addestramento è precipitato causando la morte del giovanissimo pilota. Dalla testimonianza del collega che volava in coppia con lui sembra esservi stato un cedimento di potenza di motore.

E’ il capitolo infinito della presenza militare sul territorio pugliese che vedeva, ieri durante la Guerra Fredda e oggi nella “Guerra al terrorismo internazionale” o anche “Guerra Infinita”, la nostra regione esser sempre una grande base al servizio delle operazioni militari. Tra il 1960 e il 1963 una dozzina di basi di lancio di missili dotati di testate nucleari all’idrogeno e capaci di colpire il territorio sovietico e dei Paesi del Patto di Varsavia furono dispiegate tra le provincie di Bari, Taranto, Brindisi e Matera mentre a San Vito dei Normanni (Brindisi) si installava una grande base di guerra elettronica.
Poco conosciuta fu la partecipazione della nostra aviazione all’allerta nucleare che vide i caccia italiani F84F, identici a quello che cadde quel 30 di agosto del '68, nelle campagne di Matera, pronti a partire con una bomba nucleare tattica per colpire obbiettivi militari nei paesi balcanici.
In seguito a Gioia del Colle gli F84F furono sostituiti dai caccia F104, i “cacciatori di stelle”, velocissimi ma che si guadagnarono l’appellativo di “bare volanti” per aver ammazzato in volo una sessantina di piloti. In quel lontano '68 entrò in linea il nuovo cacciabombardiere tattico, anch’esso munito della specifica del poter trasportare, su richiesta, una bomba nucleare tattica. Era il G91, il gioiello della Fiat che doveva anche essere il riscatto dell’industria nazionale aeronautica all’imposizione americana dell’ accettare giocoforza i prodotti americani, spesso obsoleti e dal costo dei pezzi di ricambio esorbitante (l’F84F come quello caduto nell’agosto del '68, a Matera, era un caccia concepito e costruito per combattere contro i Mig in Corea, nel 1950, diciott’anni prima…).
E’ una storia di militarizzazione infinita narrata nel libro di Lino De Matteis Fianco Sud. Puglia, Mezzogiorno, Terzo Mondo: rapporto sui processi di militarizzazione (Piero Manni, 1989) e contro la quale i movimenti e i gruppi politici nati dal '68, e che si ritenevano gli eredi del grande Movimento per la Pace (e contro l’atomica) degli anni Cinquanta, si mossero, mobilitandosi perennemente, giungendo addirittura a creare strutture "sovversive" come i "Proletari in Divisa" e i movimenti dei soldati e sottufficiali democratici, nelle stesse Forze Armate. Vennero poi le grandi mobilitazioni contro le servitù militari, le Marce della Pace sulle Murge e i tanti blocchi del ponte girevole di Taranto o davanti gli aeroporti militari di Gioia del Colle e di Brindisi in occasione delle tante spedizioni di guerra, definite di volta in volta guerre umanitarie, o missioni di polizia internazionale o anche di mantenimenti della pace o ancora… ma sempre spedizioni militari…
Oggi, con la riforma dell’Esercito e l’avanzare delle nuove tecnologie, le strutture militari sembrano notevolmente ridotte e la presenza statunitense quasi scomparsa, eppure il rapporto tra lo strumento militare e il popolo pugliese è ancora molto forte. A causa della disoccupazione, le Forze Armate continuano ad essere un obbiettivo ambito per molti giovani pugliesi in cerca di un'occupazione che sia diversa dal precariato, dal lavoro nero, dal supersfruttamento, un’illusione di un posto sicuro e tranquillo da impiegato statale , se pur con le stellette, infranto dai morti da uranio, dai veleni di guerra o dal fuoco “nemico” o semplicemente segnati nell’animo e nel corpo dal vivere, in luoghi spesso lontani, la realtà chiamata GUERRA e definita da bugiardi governanti, operazione di Pace.
Poveri costretti a volte ad imporre la nostra ”democrazia” con le armi ad altri poveri, di terre lontane, abitanti di luoghi dove sopravvivono gli stessi valori arcaici a cui i nostri nonni e bisnonni hanno tratto forza e ragione del loro esser un tutt’uno con la propria terra. Cose che per noi “civili occidentali” suonano vuote e incomprensibili e che, ritenendole inutili e pericolose per l’avanzare del progresso, son da sradicare e sostituire con i nostri feticci, quelli della società del consumo e del Mercato, ma… sarà poi giusto?
Il nostro NO, ieri come oggi è d’obbligo e motivarlo è il nostro compito: come ieri contro la guerra nel Vietnam e contro ogni repressione di libertà dei popoli, così oggi contro la follia militarista di un capitalismo che, di fronte alla propria crisi e al baratro ambientale in cui sta gettando il Pianeta, pensa di poter allontanare la propria fine imponendo la legge del più forte. Questo mondo ormai non gli appartiene e come quarant’anni fa stringe il dito sul bottone nucleare, cova ancora l’idea dello sterminio totale e l’illusione di far sopravvivere solo un pugno d’eletti, rintanati come topi di fogna in chissà quale bunker, per generazioni. E’ questo il testimone da lasciare alle nuove generazioni, fare in modo che questo bottone sia distrutto e con esso il sistema folle che ci vorrebbe meglio morti che rossi…

1 settembre 1968
Gli amici con i quali mi incontro la domenica, dopo l’uscita dalla chiesa, mi hanno detto che si son formati dei gruppi di studio tra i giovani scout e le ragazze dell’Azione Cattolica e mi invitano a parteciparvi, pur non avendo la tessera dell’Azione. Anche se il nostro parroco, don Damiano, è un tradizionalista e s’incazza tremendamente quando vede arrivare le sue parrocchiane in minigonna, deve rendersi conto che, se ancora vuol vedere i giovani intorno a sé, deve comprendere che la Chiesa è anche nostra e ci deve far parlare ed organizzarci secondo i nostri bisogni. Alla chiesa della Pietà, altri ragazzi ci riferiscono, i frati hanno fatto nascere un gruppo musicale e un gruppo teatrale che vuol portare avanti i temi sociali, ma si parla anche di sessualità e problematiche giovanili… La mia risposta è affermativa, l’idea di conoscere nuova gente e qualche ragazza anche carina non è da scartare, ma non vedo l’ora che incominci la scuola, penso che il nuovo anno scolastico porterà le lotte studentesche anche tra i “medi” di Brindisi e la nascita di nuovi movimenti, magari di esperienze come quelle delle assemblee operai-studenti, chissà cosa ci riserverà il 1969? Sì, questo nuovo anno ha bisogno di noi giovani del nostro impegno, per poter cambiare questo Mondo in uno in cui sia possibile…
Fine

Nella foto l'uva al carbone

Torna all'Indice

Visualizza la galleria delle immagini

Copyright Glocal Editrice