
12. La prossima sarà la Romania
di ANTONIO CAMUSO
Agosto 2008
In Africa la Guerra Fredda era sostituita dalla guerra per i mercati, compreso quello delle armi e così, mentre in Europa, inglesi e russi erano formalmente nemici acerrimi, in Nigeria si comportavano da soci in affari, anche se questo poteva significare lo sterminio di milioni di esseri viventi. Pecunia non olet! A distanza di quarant’anni nulla è cambiato e l’Africa continua ad essere il posto dove governi e trafficanti d’armi senza scrupoli continuano ad ingrassarsi. E’ cronaca di questi giorni (25 settembre 2008) la notizia di una nave ucraina, diretta in Kenya, carica di carri armati di produzione russa, lanciagranate e bombe, che è stata sequestrata da pirati somali. Solo un caso di pirateria marina ha portato alla luce come i traffici d’armi continuino imperterriti verso quel continente ormai alla deriva.26 agosto 68: a Venezia va in scena la morte del Cinema: la Mostra si ferma!
La contestazione giunse anche nel tempio del cinema internazionale.La Gazzetta del Mezzogiorno, 27 agosto 1968
L’arma dello sciopero della fame divennne per il Partito Radicale uno strumento consueto nella lotta politica per rompere i silenzi su temi di grandi attualità e per pubblicizzare le campagne di opinione sulle libertà civili, richiamando l’attenzione dei media.La Gazzetta del Mezzogiorno, 27 agosto 1968
Quel 26 agosto, un centinaio di persone, si ritrovarono alla Stazione Marittima di Brindisi per manifestare la loro solidarietà al popolo cecoslovacco e per condannare l’invasione di quel paese da parte dell’Urss.La Gazzetta del Mezzogiorno, 27 agosto 1968
D’un tratto la nostra piccola città di provincia respirò anch’essa l’aria di contestazione al militarismo, all’imperialismo e all’autoritarismo che avevano riscaldato la primavera di quell’anno in tante parti del mondo. Mentre la condanna unanime del mondo occidentale e di molti paesi socialisti non allineati all’ortodossia sovietica si esprimeva in manifestazioni e proteste dinanzi a sedi di ambasciate o associazioni culturali legate all’Unione Sovietica, sino a quel giorno la voce del dissenso a quell’invasione scellerata, in Puglia come a Brindisi, si era espressa soltanto in manifesti, volantini e qualche corteo di solidarietà, non avendo altre sedi simboliche contro cui manifestare.
Fu a Brindisi, quel 26 agosto '68, che si passò “all’ Azione diretta” approfittando dell’occasione dell’arrivo della motonave battente bandiera russa “Tajikistan”, facente spola tra la Grecia ed il porto di Brindisi per il trasbordo dei turisti stranieri verso le isole greche.
E tra quei contestatori della prim’ora, che quel giorno d’agosto andarono a fischiare l’equipaggio russo, c’erano anche alcuni turisti inglesi che, giunti con voli charter da Londra, attendevano di imbarcarsi su quella stessa nave.
Quella manifestazione piccola, nei numeri, espresse in questa trasnazionalità lo spirito di quell’anno, del '68, la voglia universale dei giovani di respingere ogni ipotesi di veder schiacciati, sotto i cingoli dei carri russi a Praga o le bombe dei B52 degli americani sul Vietnam, il desiderio della libertà e della giustizia tra i popoli.
Alcuni di coloro che imbracciavano vistosi cartelli su cui si leggeva: “No alla Russia", "SS=CCCP", "Assassini!", "Viva Svoboda!", "Viva Dubcek", "Svegliati Lenin, Breznev è impazzito!", appartenevano alle organizzazioni giovanili di destra, che sino a quel momento avevano una presenza consistente tra gli studenti brindisini, ma altri provenivano dagli ambienti democratici, cattolici e di sinistra.
Tra questi, il più attivo era un gruppo di giovani repubblicani, che da tempo portavano avanti molte battaglie sulle libertà civili e sulla necessità di un cambiamento culturale nella nostra piccola città, e a cui si aggiunsero, quel giorno, alcuni giovani universitari che avevano assaporato il '68 nelle città del Nord.
Insieme fecero un piccolo gesto, ma molto significativo e che ebbe un grande riflesso negli anni a seguire: pur continuando a contestare la nave russa decisero di separarsi, allontanandosi di qualche metro dal gruppo dei giovani di destra e finita la manifestazione presero appuntamento per il giorno dopo presso i locali dell’ex Museo di Brindisi, nel tempietto di San Giovanni al Sepolcro.
Ci si rivide così, il giorno dopo, alle 19, come giovani “democratici” brindisini per cercare di infrangere il vuoto culturale e il feudalesimo clericale e democristiano che asfissiava la nostra città.
Da quel piccolo gruppo di giovani nacque la stagione del Movimento studentesco e dei gruppi della Nuova Sinistra brindisina, passandosi il testimone generazionale dalle lotte studentesche ed operaie a quelle contro le centrali nucleari e a carbone, sino ai giorni d’oggi, contro il razzismo al fianco dei migranti, contro l’inquinamento dei megaimpianti industriali e i rigassificatori, ma sempre ritenendo fondamentale il diritto alla libertà e contro ogni svolta autoritaria.
La protesta di massa, con le forme di opposizione passiva non violenta, fece della rivolta di Praga un esempio che curiosamente contaminò anche, se solo in parte, i movimenti di protesta giovanili dell’Europa Occidentale. Usare la lingua del nemico (quella russa veniva imposta come seconda lingua nell’istruzione obbligatoria dei giovani del’Est) per far sentire le proprie ragioni e costringerlo ad immedesimarsi nel suo antagonista, fu un’arma psicologica di rilevanza notevole, in quei giorni, nei confronti dei giovani militari del Patto di Varsavia a cui era stato fatto credere che il popolo ceco li attendeva con i fiori in mano. Qui si coglie l’eccezionalità di quella grande protesta nonviolenta di massa: a far male agli invasori non fu lo sparargli addosso ma il rifiutargli il pane e il sorriso, sacri doni dell’ospitalità. E’ in questo che le facce attonite, scure, inebetite degli uomini in uniforme sui tank della'armata russa hanno il segno della sconfitta, quella dell’esclusione dal “convitto dell’Umanità”.La Gazzetta del Mezzogiorno, 28 agosto 1968
Seguendo una tradizione millenaria, in quell’inizio di autunno, si ripetettero rituali a cui l’intera città si sentiva legata e riconosceva la propria identità.Nella foto la cartolina di Radio Bucarest
Nel quartiere dei pescatori, le Sciabiche e sui moli adiacenti addobbati a festa, con tralci, grappoli e enormi botti, in una esplosione di colori, odori, fiumi di vino e balli, si rinnovarono in quei giorni, ancora una volta, se pur in forme “civili”, i baccanali orgiastici messapici e romani di cui questa città era conosciuta nell’età antica. Era il rosso brindisino il re da omaggiare, a cui gran parte dell’economia della nostra città era ancora fieramente legata e dipendente. Come la qualità dell’uva e del vino brindisino fossero apprezzate all’estero lo si comprende anche da piccoli particolari quale l’elenco dei gruppi folkloristici che si esibirono quell’anno in città: greci, israeliani, irlandesi e coslovacchi, insieme a gruppi nazionali e locali allietarono con balli e canti la Festa dell’uva. Molto applaudito, e a cui l’intera città porse piena solidarietà, fu il gruppo folkloristico cecoslovacco. Quei legami di fratellanza e di comunione che questa città aveva sin dalla nascita con i popoli del Mediterraneo e dei Balcani si rinnovavano anche così, attraverso lo scambio e la comunanza del godere dei frutti di una terra che sino allora sembrava aver benedetto Brindisi. E’ da questa comunione con i popoli dell’altra sponda che nacque il grande slancio di solidarietà con cui la nostra città, oltre vent’anni dopo, nel marzo del ’91, accolse 20.000 albanesi fuggiti dalla loro terra in grave crisi economica, sociale e politica. In quell’occasione i brindisini aprirono le porte delle loro case, accogliendo coloro che ritenevano i loro naturali fratelli, abitanti le rive dello stesso mare.