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Quel 12 novembre/13

13. L’autodifesa del giudice

di LINO DE MATTEIS


Riportiamo, infine, le conclusioni dell’istruttoria nelle quali il giudice Michele Paone precisa che il processo «non è sorto contro persone accusate di avere opinioni politiche», e sostiene anche di non essere personalmente interessato alle «intemperanze e alle temerarie tendenziosità» che sono sorte contro la istruttoria.
Questa parte finale dell’istruttoria, più che la summa delle accuse contro gli imputati, si presenta come una autodifèsa del proprio lavoro, che il giudice sente il bisogno di salvaguardare dalle critiche che durante l’istruttoria gli sono state rivolte.
È proprio il caso di dire che «una scusa non richiesta è una accusa manifesta», come dice un antico e saggio proverbio. Perché proprio quella frase iniziale, che il processo non è sorto contro persone accusate di avere opinioni politiche, si contraddice apertamente con le numerose citazioni che abbiamo riportato a proposito dei curriculum degli imputati di sinistra.
Un giudice che ritiene di aver operato esclusivamente sulla base della legge, non si dovrebbe sentire interessato, e quindi tanto meno difendere il proprio operato, dalle polemiche esterne. Inoltre bisogna rilevare come in questa autodifesa Paone non sente la necessità di spendere una sola parola sull’operato dei dimostranti di destra, che pure, con diverse circostanze e modalità, si sono dimostrati violenti e hanno violato il divieto di manifestare.
Ecco come il giudice istruttore, Michele Paone, conclude la sua istruttoria:

Il presente processo non è sorto contro persone accusate di avere opinioni politiche, ma è stato instaurato, nel più assoluto rispetto della Legge, a carico di imputati di violenze politiche, come i fatti del processo, e non già le parole, le molte parole scritte nelle lettere, nelle offese e nelle minacce murali, sui giornali (cfr. i nn. 37 del 1977 ed i nn. 1-2-3-4 de «La Tribuna del Salento» in atti allegati) e diffuse attraverso i mezzi audiovisivi, rivelano con esaurienza di dati.
Delle impazienze, delle intolleranze, delle temerarie tendenziosità che sono insorte contro l’istruttoria, il G. I., per essere magistrato indipendente a qualsiasi adesione a schiarimenti e a conventicole e a categorie e soggetto, come vuole la Legge, soltanto alla più scrupolosa osservanza di essa medesima, non vi è personalmente interessato, perché il Magistero penale, per essere compito nobilmente umano, non può considerare materia degna di esame quelle proteste chiassose, incivili, disordinate che, ove mai fossero esposte in un’aula di Giustizia, innanzi ai Magistrati del dibattimento, costituirebbero oggetto di immediata espulsione, in nome della venerazione che tutti debbono al momento interpretativo della Legge, quando essa, attraverso la comparazione tra la norma e il caso e la valutazione di quello rapportato al precetto generale, diventa operante giustizia concreta.
Contro questa istruttoria sono insorte, rabbiose le proteste di quanti, lesi nei loro interessi di fazione, hanno temuto, non solo che potessero essere accertate proprie responsabilità dirette o indirette che l’indagine giudiziaria, serenamente disposta e fermamente condotta, potesse accertare fatti che, nella sostanza delle cose, fossero diversi o contrari dalle parole dei loro programmi politici: stabilire, cioè, con certezza che i movimenti extraparlamentari di sinistra avevano, in Lecce, la mattina del 12 novembre 1977, agito antigiuridicamente, sediziosamente adunandosi in corteo non autorizzato e pericolosamente procedendo armati, pretendendo addirittura di sostituirsi alla polizia nel rispetto legale dell’ordine sociale, attaccando, senza alcuna ragione al mondo, con lancio di dadi, di bulloni, di sassi e di bottiglie incendiarie, le forze di polizia, creando, con la costituzione, in uno stabile abusivamente occupato, di un sedicente «centro sociale», una base operativa di attiva e sediziosa violenta politica nella quale raccogliersi, anche per detenervi i materiali delle toro attività ed i mezzi della loro propaganda antidemocratica, violenta ed immorale, quali sono le bottiglie incendiarie ed anche la canapa indiana, che è l’alimento e lo stimolo cui fanno ricorso certi squallidi soggetti della presente istruttoria.
Si è scritto, si è detto che l’istruttoria è stata condotta con spirito reazionario e retrivo e che è stata artatamente procrastinata nel suo esito unicamente per trattenere gli imputati in stato di detenzione preventiva. Opinioni, queste, osserva il G.I., fatue in modo inverecondo e tendenziose, come pravamente false e tendenziose sono le notizie diffuse anche a mezzo di certa stampa disinvolta, disinformata e partigiana relativamente ad un inesistente ritardo nel deposito della perizia balistica e nella concessione di una proroga, in effetti mai avvenuta e mai concordata, al perito balistico.
Opinioni, che sono incivili e settarie, perché offendono il rispetto che una comunità civile osservante della legge dovrebbe portare e dimostrare anche a parole nei riguardi di chi istituzionalmente esercita il ministero giudiziario e che, in buona sostanza, si risolvono in violenze che questo G.I. qualifica come sconsiderate e fatue reazioni di fanatici delusi di non aver trovato un magistrato ambizioso, assetato di popolarità e disposto a dare loro credito, un giudice incapace di fare arbitrariamente sconti, di accordare preferenze e privilegi, un istruttore indisposto a violare la Legge accordando benefici che dalla Legge sono espressamente vietati.
Quando si è compreso che il divieto legislativo della libertà provvisoria non sarebbe stato violato in istruttoria con argomentazioni speciose da parte del G. I.; che nessuno degli imputati arrestati sarebbe ritornato a riprendere il suo ruolo di milizia tra i compagni di sobillazione e di violenza, allora si è scatenata contro l’istruttoria un’assillante campagna di pressioni per una immediata conclusione della inchiesta, perché almeno la discussione dibattimentale del processo, consentisse, nella prospettiva di chi a tanto aveva ed ha interesse, la liberazione degli imputati che, in altra e non remota occasione avevano goduto il beneficio di una sollecita scarcerazione, che aveva riguardato proprio il Chiarelli.
Non si è avuto ritegno di attaccare l’istruttoria, colpendo chi dell’istruttoria aveva la responsabilità e la cura, screditando la sua opera giudiziale operando direttamente e mediatamente con calunnie, con allusioni, con suggestioni, con pressioni, con sollecitazioni, con tutto ciò che è meschinamente subdolo e disonesto e questo mentre all’esterno i complici ed i solidali compagni degli imputati si disponevano, come provano i carteggi, a presentare false testimonianze nel dibattimento, a fornire versioni grossolane, a creare un’atmosfera che inquinasse la limpida serenità del dibattimento, operando con gli strumenti di una capillare propaganda nella città e nel territorio, a creare un’opinione pubblica favorevole all’assoluzione e comunque, alla liberazione degli imputati detenuti, ricorrendo financo a procedere, a contatti con magistrati appartenenti ad una certa linea nell’associazione in cui tanti sono raggruppati.
Si è definita lenta, inutile, macchinosa, pesante l’istruttoria. A questi aggettivi il G.I. non intende contrapporre altri, facendo soltanto rilevare che il processo trasmesso dal P. M. in data 26-11-’77 per la formale istruzione gli fu assegnato due giorni dopo; che sono state esperite due perizie, una medico-legale sulla guardia Carbone, l’altra balistica di alta specializzazione scientifica; che entrambe le perizie sono state depositate nei termini accordati; che sono stati escussi 23 testimoni, tutti tempestivamente citati a mezzo di fonogrammi; interrogati quattro imputati; disposti i sequestri dell’immobile sede del cosiddetto centro sociale ed anche del significativo carteggio epistolare tra gli imputati ed i corrispondenti.
A proposito del sequestro di tali documenti, ad essi si è pervenuti allorquando il foglio clandestino «Puntiamo sul rosso», edito surrettiziamente in Lecce, pubblicò in prima pagina una lettera a firma Lino (Marra), ed indirizzata ad una destinataria coraggiosamente indicata con l’iniziale del nome D (Dolores Carratta).
La tendenziosità di quella lettera dal carcere costituì occasione per indagare sui rapporti leciti ed illeciti dei prevenuti e dei corrispondenti loro dal carcere nel carcere e fuori dal carcere.
Si è appreso così che l’imputato Marra, il presidente del centro sociale «W. Rossi», si è iniettato delle droghe financo in carcere ed ha «viaggiato» con altri detenuti; che è in programma un’operazione di difesa a base di false testimonianze, con un prestabilito piano di mobilitazione generale disposto per ottenere, comunque, la liberazione dei detenuti, con un programma che, nei propositi, non intende essere ostacolato da esigenze di giustizia o di difese frapposte da schieramenti di opposta idealità politica i quali, è giusto rilevarlo, non hanno manifestato alcun apprezzamento sul lavoro del G.I. .
Ora che l’istruttoria è conclusa, la polemica, e si speri resti soltanto tale, investirà dialetticamente altre persone, circuirà altri soggetti, interesserà altre coscienze, saranno riproposte tesi ed istanze, fin qui disattese, e ciò prima, entro ed anche dopo la celebrazione del processo.

A proposito di questa parte finale della sentenza di rinvio a giudizio del giudice Paone, rimandiamo alle valutazioni contenute nel documento del Comitato per la liberazione dei compagni arrestati, che pubblichiamo nella appendice di questo dossier.

 

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