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Quel 12 novembre/12

12. Le opinioni politiche dell’istruttoria

di LINO DE MATTEIS


La sentenza istruttoria, con cui sono stati rinviati a giudizio i dodici imputati della nuova sinistra, colpisce in modo particolare per le numerose interferenze, nell’accertamento della verità dei fatti, di giudizi politici ed opinioni personali del giudice. Si può notare infatti la volontà di mettere in cattiva luce gli imputati per le loro idee politiche, lasciando trasparire un’altrettanta condanna dei gruppi politici a cui gli imputati appartengono.
Ogni cittadino è libero di esprimere le proprie opinioni e i propri giudizi e valutazioni politiche, ma questo, riteniamo, deve essere estraneo ad un’inchiesta istruttoria, che deve tendere al puro e semplice accertamento dei fatti.
Parlando dell’università per esempio il giudice Paone così si esprime: «Sede universitaria di palazzo Casto, da tempo trasformata in una centrale operativa di attività più politiche e settarie che scientifiche e culturali». E ancora riferendosi ai luoghi dove hanno sede l’Mls e il centro sociale «Walter Rossi»: «È certo che, usciti dalla sede universitaria, gli estremisti non si disciolsero, ma, secondo quanto era stato deliberato dall’assemblea, si raccolsero “in presidio” nella piazzetta dalla chiesa Greca, luogo, con le adiacenze, tra i più sordidi e malfamati dei bassifondi della città, ma privilegiato dalla sinistra extraparlamentare per avere essa in quei siti stabilito le sue sedi (MLS in piazzetta Giorgio Baglivi; Centro Sociale «Walter Rossi» nella via Manfredi) luoghi entrambi assai vicini alla piazzetta, ritrovo del presidio».
Dove poi l’istruttoria raggiunge il culmine per i suoi giudizi politici è nei profili personali che Paone traccia per ciascun imputato. Stralciamo alcuni passi più significativi:

DANIELE CHIARELLI
[…] Osserva il giudice istruttore che non è escluso che, in un fanatico quale in effetti è il Chiarelli, cucciolo allevato ai paradigmi dell’antidemocratica dittatura del proletariato, l’antifascismo includa anche le offese al Governo e alla Polizia; sì, perché la violenza da qualunque schieramento provenga non ha rispetto per alcun valore e per alcun bene giuridicamente protetto, per la vita, come per la libertà, per la Giustizia, per l’ordine socialmente tutelato dalla legge. La violenza è pari soltanto a se medesima, alla sua sostanza antigiuridica ed è materia degna soltanto di sanzione penale.
Del resto, non ha scritto il Bernardini al Chiarelli nella sua lettera del 20 gennaio ’78 (carteggio Chiarelli) che «le galere continuano a riempirsi di compagni e, nella maggior parte dei casi, per antifascismo»? Confidenze di un fanatico rivolte ad un altro fanatico, frasi che farebbero sorridere giudici e avvocati ed anche cittadini non altrimenti qualificati se il triste retaggio della dittatura che tutti abbiamo alle spalle non avvertisse, nelle profonde ragioni della lotta che ha armato le mani di questi sconsiderati giovani dell’estrema sinistra, una pericolosa intolleranza per la democrazia, per il civile confronto delle opinioni, la rabbia che avvelena le loro coscienze, che ha armato le loro mani e che non li fa inorridire neppure per il mostro della guerra civile, cui questi insensati giovinastri tendono e che agitano, beffandosi della legge, della democrazia e del valore, eticamente prima che legislativamente garantito, della vita umana […].

[…] È certo che il Chiarelli scivolò e cadde sul selciato reso viscido dalla pioggia poco prima ceduta; ma non è certo che la caduta sia da porre in relazione causale con un colpo di pistola esploso dalle guardie poste all’inseguimento […].

Quest’ultima affermazione è da considerare come il capolavoro più riuscito di tutta la sentenza del giudice Paone. Egli dice che «è certo che il Chiarelli scivolò e cadde sul selciato reso viscido dalla pioggia poco prima caduta». Da dove sia uscita fuori questa pioggia proprio non si sa. Personalmente ricordo, e tutti possono confermarlo, il caldo particolare che faceva quel giorno, dal momento che fui costretto a togliermi il maglione che avevo indosso e a poggiarlo sulle spalle. È impossibile quindi che «poco prima» sia potuta cedere della pioggia. Ma anche ammettendo che fosse caduta durante la notte, o la mattina presto, il sole ancora estivo, che da qualche ora stava bruciando Lecce, avrebbe avuto tutto il tempo di asciugare anche i più riposti angoli della città.
Ricordo che ho notato attentamente il terreno di via Belli e via della Sinagoga, per aver cercato, insieme ad altri, i bossoli degli spari che la gente diceva di aver sentito, e non ho visto traccia di bagnato.
Infine l’ultimo particolare che ricordo è quello che le padrone di casa per togliere le macchie di sangue, cadute dal corpo di Chiarelli, furono costrette a buttare dell’acqua e a strofinare con la scopa il selciato.
Da dove allora è «piovuta», è il caso di dirlo, quest’acqua che ha fatto scivolare Chiarelli?

FRANCESCO STEFANAZZI
[…] Va rappresentato che un altro fazioso estremista, pure del Movimento lavoratori per il socialismo, Paolo Bernardini, in una lettera del 15 gennaio ’78, indirizzata allo Stefanazzi ed al Rosafio, ha rivelate l’intendimento dell’Mls di curare i rapporti con «Magistratura Democratica» per ottenere in via surrettizia, la liberazione dei detenuti (carteggio Stefanazzi – Rosafio), che risultano da altre lettere essere settari capaci di operare con la violenta efficacia di pericolosi fanatici guerriglieri (carteggio Stefanazzi – Rosafio, lettera anonima dell’estensore del manifesto «questo è il vero complotto» per il quale il Procuratore della Repubblica ha proceduto con il rito sommario; lettera Bernardini) […].

PASQUALE ROSAFIO
[…] Chi sia il Rosafio, più che l’Ufficio Politico della Questura, descrive il carteggio che, a lui relativo ed in atti acquisito, lumeggia il ruolo di convinto estremista che svolge nella setta di pericolosi violenti nella quale egli milita […].

SALVATORE CAPPILLI
[…] Il Cappilli è minorenne; è sembrato al Giudice Istruttore dotato di una personalità fragile, ma semplice e buona, influenzata, ma non ancora del tutto conquistata, da quella malefica perversità che traspare dalle lettere e dai carteggi agli atti acquisiti; forse il Cappilli può essere recuperato all’ordine e ad un esempio di vita che, ostile alle violenze e rispettoso dei diritti e dei doveri, sia onorato dalla quotidiana applicazione al lavoro prestato come servizio utile alla dimensione personale ed indirettamente anche alla collettività […].

LINO MARRA
[…] Aderente all’MLS, si è distinto in azioni dì violenta faziosità politica, quale la manifestazione di autoriduzione del cinema «Massimo» compiuta in città l’8-1-1977 […].

ANGELO BAGORDO
[…] Aderente al Movimento denominato «Area Autonoma», nel quale si è distinto per faziosità, il Bagordo è il vice presidente del centro sociale «Walter Rossi» (il presidente è Lino Marra - n.d.a.) stabilito, per abusiva occupazione dell’immobile, avvenuta in data 30 settembre 1977 (fascicolo con allegato il foglio clandestino «Puntiamo sul Rosso») nello stabile contrassegnato con n. 1 di via Manfredi, di proprietà del dott. Settimio Mariano.
È persona dedita a stupefacenti; è stato arrestato a Bologna nella cui università sarebbe iscritto, per spaccio ed uso di sostanze stupefacenti […].

TITO TONIETTI
Trentenne; incensurato; docente universitario; in questo processo - un altro si sta instaurando a suo carico a Cosenza - è chiamato a rispondere, in concorso con tutti gli imputati del processo n. 5783/R.G.U.I. dei reati di cui ai numeri 1, 2, 3, 4 e 5 dell’epigrafe.
Come riferisce l’Ufficio Politico della Questura l’imputato è un attivo esponente di «Lotta Continua» […].
[…] Essendo stato riconosciuto dagli inquirenti, il Tonietti non aveva alcun motivo di avere, durante il corteo, il volto simulato che è già sufficientemente travisato dalla folta e trascurata barba […].

GIANFRANCO LAGALANTE
[…] Egli si è coraggiosamente protestato innocente di tutti i reati a lui ascritti ed ha indicato quale teste a discarico Giovanni Scognamillo, con il quale egli si sarebbe trattenuto dopo di aver partecipato all’assemblea tenuta a palazzo Casto il mattino del 12 novembre.
Il testimone Scognamillo, esaminato dal G.I., ha confermato l’assunto dell’imputato, ma non ha potuto riferire che Lagalante rimase con lui per tutta la mattina del 12 novembre 1977.
Il G.I. osserva che il teste Scognamillo, allo stato degli atti, non è attendibile neppure allorquando ha assicurato di essersi temporaneamente abboccato con il Lagalante, per le seguenti considerazioni […] perché Gianni Scognamillo non è testimone disinteressato e neppure indifferente e non è perciò veritiero e non è credibile. Egli è infatti, attivo militante del M.L.S.; è l’autore della lettera di cui scrive lo Stefanazzi al Chiarelli (lettera del 20 gennaio 1978, fascicolo carteggio Chiarelli); è l’autore della nota comparsa sul periodico leccese «La Tribuna del Salento», n. 3 del 1978; è soggetto efficacemente descritto ed individuato dall’Ufficio Politico della locale Questura […].

PEPPINO BORRESCIO
[…] Su di lui riferisce significative informazioni l’Ufficio Politico della Questura.
L’imputato ha trascorsi e pendenze penalmente apprezzabili, che sono gli esiti più estremi della sua militanza nell’M.L.S..
Con una menzogna che qualifica la sua coerenza politica e svela la dimensione etica del suo impegno, ha negato di aver partecipato ai fatti dei quali è imputato ed ha indicato un teste a discarico.
Il G.I. osserva che la difesa del Borrescio è infondata per le seguenti considerazioni:
Il Borrescio fu veduto a palazzo Casto prima ancora che avesse inizio l’assemblea del 12 novembre 1977 prendere sulle spalle la bassa di statura Carratta Addolorata per consentire la cancellazione di scritte che del prospetto del palazzo Casto danno l’idea di un orinatoio di provincia piuttosto che di una residenza universitaria […].

VALENTINO MOCAVERO
[…] Il Mocavero non è naturalmente sconosciuto all’Ufficio Politico che su di lui ha fornito significative informazioni; ha pendenze penali, caratteristica questa comune ai violenti faziosi che squadristicamente militano nell’MLS […].
[…] Il G.I. osserva che il Mocavero è fotografo ed un fotografo serve ai pericolosi estremisti imputati di questo processo per le esigenze che sono analizzate ai fogli 208 tergo e 245 del processo. Per fare fronte a quelle esigenze, l’imputato, «fotografo ufficiale del movimento», riprese fotograficamente le sequenze relative all’arresto del presidente e del vicepresidente del sedicente centro sociale «Walter Rossi», come rivelano le positive sviluppate del rollino che, insieme con le illustrazioni, sono negli atti processuali (fascicolo allegato) […].

ADDOLORATA CARRATTA
[…] Con la esemplare coerenza che ha distinto la fede politica di questi giovani fanatici, incapaci di assumere le proprie responsabilità, anche questa poco femminile «femminista», aderente al M.A.D., ha negato i reati a lei ascritti […].
La Carratta ha partecipato all’assemblea di palazzo Casto la mattina del 12 novembre ’77. È così vera questa sua presenza che la poverina, accesa di fanatico zelo, salì sulle spalle del Borrescio e cancellò con vernice bianca le scritte degli avversari politici […].

DONATELLA ANGELOZZI
[…] La Angelozzi non è che una povera fanatica, illusa e delusa collega della Carratta e, come la Carratta, militante del M.A.D., partecipò a quelle manifestazioni sediziose a volto scoperto, circostanza che rese possibile anche l’identificazione sua […].

Gli stralci che abbiamo riportato dei profili degli imputati di sinistra tracciati nella sentenza di rinvio a giudizio dal giudice Michele Paone, documentano i numerosi giudizi personali, e opinioni politiche espresse dal magistrato.
È completamente differente invece la posizione del giudice a proposito dei profili personali degli imputati di destra, per i quali non traspare nessuna forma di giudizio politico.
Per un più proficuo confronto riportiamo per intero i profili dei tre imputati di destra, nei quali il giudice si mantiene rigorosamente nei limiti della descrizione tecnica:

VITTORIO EMANUELE RUSSO
Ventitreenne, incensurato; studente universitario; è chiamato a rispondere, in concorso con il De Cristofaro e con il Melcore, dei reati di cui ai nn. 1, 2 e 3 dell’epigrafe e da solo, di quelli di cui ai numeri 4 e 5.
Su di lui forniscono puntuali informazioni i fogli 42 - 3 del processo n. 5945/77 che rivelano come l’imputato, ha ammesso di essere iscritto al M.S.I.-D.N., militi nelle file del «Fronte della Gioventù», ed abbia una pendenza penale.
Egli si è protestato innocente di tutte le imputazioni a lui ascritte e contestate e ha confermato la sua linea di difesa presentata al P. M. .
Il G.I. osserva che l’imputato è raggiunto da sufficienti elementi di colpevolezza in ordine a tutti i reati a lui ascritti e contestati ed in epigrafe rubricati.
Relativamente ai reati di cui sub nn. 1 e 2 dell’epigrafe, le prove a carico dell’imputato sono raccolte a foglio 48 tergo, mentre per quelli di cui ai numeri 3, 4 e 5 le prove a carico sono a foglio 41 tergo.
Del reato di lesioni personali volontarie, l’imputato deve essere prosciolto, l’azione penale non essendo proponibile per difetto di querela. Per tutti gli altri reati, deve essere rinviato, a giudizio del Tribunale.

MARIO DE CRISTOFARO
Ventottenne; censurato, impiegato; è chiamato a rispondere in concorso con il Russo e il Melcore, dei reati di cui ai nn. 1 e 2 e, da solo, di quelli ai nn. 6 e 7 dell’epigrafe.
Informazioni sulla sua personalità utili ex art. 133 C. P. sono ai fogli 43-4 del processo a lui relativo.
Si è protestato innocente di tutte le imputazioni a lui ascritte e contestate, ribadendo quanto aveva precedentemente riferito al P.M. .
Il G. I. osserva che l’imputato è raggiunto da sufficienti elementi di colpevolezza in ordine al reato sub n. 1 dell’epigrafe, avendo preso parte al corteo che non era autorizzato.
Non v’è alcuna prova che il De Cristofaro, abbia consumato il reato di cui al capo sub n. 2 dell’epigrafe, poichè nessun testimone ha potuto riferire che, anche il De Cristofaro, gridò contro la Polizia le invettive trascritte a foglio 48 tergo. Lo stesso dott. Lacquaniti che, insieme con il brigadiere Margiotta, notò e vide tra i giovani di destra l’imputato non ha potuto dire che, anche il De Cristofaro, lanciò quelle invettive contro la Polizia, onde da quel reato l’imputato deve essere prosciolto con la formula «per non aver commesso il fatto».
L’imputato va anche prosciolto per non essere proponibile l’azione penale per difetto di querela relativamente al delitto di lesioni personali volontarie procurate al maresciallo Paiano, ma va rinviato al giudizio del Tribunale per rispondere, oltre che del reato di cui ai n. 1 dell’epigrafe, anche del delitto di resistenza a pubblico ufficiale, avendo con spintoni reagito all’azione legittimamente esercitata dal brigadiere Margiotta verso il Russo.

VALERIO MELCORE
Ventenne, incensurato, studente universitario; è chiamato a rispondere, in concorso con il Russo e il De Cristofaro, dei reati di cui ai capi sub nn. 1 e 2 dell’epigrafe.
Chi sia il Melcore rileva il foglio 44 del processo n. 5945/77/R.G.U.I. che precisa l’impegno politico e le pendenze penali dell’imputato.
Il Melcore si è protestato innocente dei reati a lui ascritti e contestati, ma la negazione sua è smentita e superata dalle risultanze istruttorie. Confronta anche esami testimoniali dott. Lacquaniti processo n. 5783/77 R.G.U.I., onde che è conforme a giustizia richiedere che l’imputato sia rinviato per i reati a lui attribuiti al giudizio del Tribunale.
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