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Quel 12 novembre/11

11. L’istruttoria

di LINO DE MATTEIS


Il 18 febbraio ’78, a poco più, di tre mesi dagli incidenti, il giudice istruttore Michele Paone deposita in cancelleria la sentenza di rinvio a giudizio per i dodici imputati dell’ultrasinistra e i tre dall’estrema destra.
Il comportamento della magistratura, durante il periodo dell’istruttoria, col non aver seguito il rito direttissimo e con la richiesta delle perizie balistiche, che non avevano nulla a che vedere con la posizione processuale di alcuni imputati, aveva dato adito a polemiche circa lo sfondo politico con cui si intendeva portare avanti il processo. Altri fatti poi, come la condanna di Silverio Tomeo, erano intervenuti per rafforzare questo clima di intimidazione verso i gruppi della nuova sinistra.
La chiusura dell’istruttoria, invece di fugare queste opinioni, conferma il «taglio» politico delle indagini.
Il giudice Paone si è servito come sua principale fonte di informazione, del solo rapporto della Questura. In pratica, anzi, non risulta che siano state compiute delle ricerche anche in altre direzioni, ma nella ricostruzione dei fatti, è stata riportata fedelmente la versione della polizia, che sostiene di essere stata aggredita.
Sicché nessun testimone laico è stato sentito per quanto riguarda la dinamica dei fatti, tranne gli imputati. E non è una giustificazione valida quella che può addurre il giudice, che cioè nessun cittadino si è presentato a testimoniare, perché è nei suoi compiti istituzionali il dovere di «indagare».
Il magistrato, inoltre, non si è limitato solo alla ricostruzione dei fatti, ma ha anche riempito la sentenza di opinioni politiche, e di affermazioni spregiative sulla formazione ideologica degli imputati, che nulla hanno a che fare con la pura e tecnica ricostruzione di quanto è avvenuto. La conferma di questo sono i curriculum che il giudice stende minuziosamente per ciascun imputato.
Ecco come Paone ricostruisce gli eventi relativi agli incidenti tra la polizia e il gruppo dell’ultrasinistra:

Verso le ore 10 – 10,15’ di quello stesso giorno di novembre 1977 aveva termine l’assemblea degli estremisti di sinistra nella residenza universitaria e, intorno a quell’ora, il maresciallo Turi, rimasto in osservazione all’esterno dell’edificio, vedeva due giovani raggiungere in motoretta il palazzo Casto e confabulare con il Chiarelli ed il Borrescio, ai quali verosimilmente riferivano quanto poco prima si era verificato nella piazza Mazzini.
È certo che, usciti dalla sede universitaria, gli estremisti non si disciolsero, ma, secondo quanto era stato deliberato dall’assemblea, si raccolsero «in presidio» nella piazzetta della Chiesa Greca, luogo, con le adiacenze, tra i più sordidi e malfamati dei bassifondi della città, ma privilegiato dalla sinistra extraparlamentare per avere essa in quei siti stabilito le sue sedi (M.L.S. in piazzetta Giorgio Baglivi; Centro sociale «Walter Rossi» nella via Manfredi) luoghi, entrambi, assai vicini alla piazzetta, ritrovo del presidio.
Tra gli estremisti che si raccolsero nella piazzetta furono notati il Chiarelli, il Borrescio, il Tonietti. il Lagalante, la Angelozzi, la Carratta, lo Stefanazzi, il Bagordo e non vi mancò il Rosafio, il Tonietti, il Borrescio ed il Lagalante distinguendosi per attivismo e dinamicità.
Gli estremisti, al corrente di quanto poco prima era accaduto, pur essendo controllati da dipendenti in borghese dell’Ufficio Politico della Questura, stabilirono di muovere in corteo sfilando per la città, per «propagandare la buona riuscita dell’azione diretta ad ottenere il divieto della manifestazione fascista», e per esprimere in controcorteo antifascista l’opposizione per quanto il M.S.I. aveva provocato. Propositi, dunque, di revanche politica animarono la formazione del corteo che era contra legem, non essendo stato autorizzato, ma non erano quelli soltanto gli obiettivi della manifestazione, se alcuni degli estremisti ebbero cura di portare, insieme con le bandiere rosse, una buona scorsa di bottiglie incendiare, di bulloni, di dadi metallici, di chiavi inglesi e di fionde, o materiali di scorta non proprio pertinenti al carattere non violento del corteo. Questo mosse nel viale Brindisi diretto alla Piazza Mazzini, ma, come questa era presidiata, piegò, attraverso la via Battisti, in quella Matteotti ove si trovava la retroguardia del «serpentone» quando furono udite le sirene della celere azionate dai tigrotti che seguivano la vettura nella quale viaggiava il dr. Lacquaniti e che era preceduta dall’automobile nella quale era il maresciallo Turi, avanti alla quale erano, a loro volta, altre vetture che seguivano gli ultimi del corteo.
Non erano ancora discesi dai loro tigrotti gli agenti di P. S. che gli estremisti, invertita la marcia, coperti i volti con cappucci e con baveri, cominciavano ad affrontare le forze dell’ordine lanciando contro bulloni che colpirono i tetti degli autoveicoli, lanciando bottiglie incendiarie, provocando scoppi e deflagrazioni attribuiti a colpi di arma da fuoco e all’effetto dirompente e divampante delle bottiglie incendiarie.
Data la repentinità dell’attacco, immediato fu l’ordine verbalmente impartito dal dr. Lacquaniti, di inseguire gli aggressori. L’attenzione degli agenti fu richiamata in modo speciale da un gruppetto di giovani che si distingueva nel proseguire l’attacco nei loro confronti proteggendo con l’avanzata di uno di essi pronto a lanciare una bottiglia incendiaria, il ritirarsi di un altro compagno che, scagliando il suo proiettile, retrocedeva, all’altro che avanzava, consentendo di fronteggiare gli agenti.
Di questo gruppetto, facevano parte sicuramente il Chiarelli, dagli agenti descritto come un biondino occhialuto che aveva a tracolla un tascapane contenente le bottiglie incendiarie, lo Stefanazzi, che colluttò poi con le guardie Carbone e Battisti, ed il Cappilli che la guardie Pasquino inseguì.
L’avverbio «sicuramente» è desunto dalla circostanza che gli agenti hanno, attraverso le descrizioni tratte delle persone e dei luoghi, conferito dati sufficienti per identificare quei tre imputati, i quali, ad eccezione del Cappilli, non negano di essere stati inseguiti dagli agenti nelle viuzze che anche gli argenti dichiarano di aver percorso inseguendo coloro che poco prima li avevano affrontati lanciando contro di essi bottiglie incendiarie.
Non è escluso che del gruppetto dei lanciatori abbia fatto parte il Rosafio perchè questi ha dichiarato di aver preso, correndo, inseguito dalle guardie, la via della Sinagoga, di essere stato calpestato dai suoi stessi compagni ed, infine, immobilizzato ed arrestato. Versione che, in certa parte, rileva il G. I., coincide, non soltanto con quella resa dal Chiarelli, il quale, intanto fu inseguito in quanto individuato come uno degli aggressori, e che ha riferito che il Rosafio era davanti a lui quando si diede a correre in via della Sinagoga, ma anche con quella delle guardie Battisti, Valentini, Domanico che hanno riferito come due furono quelli che caddero, il Chiarelli ed il Rosafio, poiché lo Stefanazzi, che gli agenti hanno individuato come colui che, con la chiave inglese, colpì le guardie Carbone e Battisti, non ha mai dichiarato di essere caduto per terra.
È certo, perché esaurientemente documentato agli atti processuali, che sui caduti si buttarono le guardie Carbone, Romano, Matarrese, Similimeo, Battisti, Valentini, Domanico e Biase che riuscirono ad avere il sopravvento su quei due ed anche sullo Stefanazzi che, colpendo con una chiave inglese le guardie di P. S. Carbone e Battisti, procurò a quei pubblici ufficiali lesioni personali volontarie guarite entro il decimo giorno.
Alle guardie che si scontrarono e si azzuffarono con il Chiarelli, il Rosafio e lo Stefanazzi, si aggiunse, ma in un momento successivo, l’agente Pasquino, il quale, postosi all’inseguimento di un altro componente il gruppetto degli aggressori, aveva, stando in via ldomeneo, contro di quello esploso a scopo intimidatorio e mirando a terra un colpo di pistola perché il suo avversario, fermatosi all’improvviso in un gomito della via, lo stava prendendo di mira lanciandogli contro una bottiglia incendiaria che fortunatamente non lo aveva attinto.
Tornata sui suoi passi, la guardia Pasquino vedeva che i suoi commilitoni avevano fermato lo Stefanazzi ed il Chiarelli, che risultava ferito alla gamba destra da un colpo di pistola calibro nove corto, come accertava la perizia balistica, colpo che il Chiarelli riferiva gli era stato sparato alle spalle mentre correva in via della Sinagoga e che lo Stefanazzi dichiarava essere stato esploso forse da un agente avendo egli visto una guardia assumere in ginocchio una posizione di sparo, mentre egli correva, non potendo però precisare che cosa quella guardia avesse tra le mani, mentre il Rosafio assicurava di aver udito, mentre egli correva lungo la via della Sinagoga, un colpo che gli parve essere stato deflagrato da una pistola.
Delle Guardie soltanto il Pasquino dichiarava di aver fatto uso della pistola nella sola circostanza innanzi riferita, tutti escludendo di aver esploso il colpo che aveva attinto alla gamba il Chiarelli, non negando però di averlo colpito con manganelli quando gli erano corsi sopra, con quella condotta volendo arrestare la sua fuga, ignorando essi che quello fosse farito.
Il cruento episodio si concludeva con l’arresto del Chiarelli, cui una biondina in pantaloni, identificata nella Carratta, aveva tolto, quando quello era caduto, il tascapane, dello Stefanazzi, del Rosafio, nonché della Carratta e della Angelozzi, in quanto incontrate in piazza Castromediano e riconosciute tra i componenti il corteo non autorizzato; con il ricovero in ospedale del Chiarelli, che veniva piantonato fino alle ore 13 di quel giorno dall’agente Pasquino; con le visite al pronto soccorso dell’ospedale cittadino delle guardie Carbone, Romano, Matarrese, Similimeo, Battisti, Valentino, Domanico e Biase, che riportavano contusioni e lesioni a seguito e per effetto di tafferugli; con il sequestro della chiave inglese usata reattivamente dallo Stefanazzi, dei due bulloni metallici rinvenuti sulla persona del Rosafio, dei sei bulloni metallici rinvenuti sulla persona dello Stefanazzi, dei 21 bulloni metallici raccolti con una sorta di mazza ferrata, una fionda, un passamontagna, due colli di bottiglie con stracci imbevuti di benzina, un tascapane intriso di benzina contente cocci di vetro, 12 bandiere rosse residui, questi, significativi del corredo di attrezzi pacifici e non violenti usati dal corteo non autorizzato degli estremisti, che, poco dopo le ore 11,15’, era stato disciolto col mero inseguimento e la conseguente cattura di coloro i quali spavaldamente avevano fatto parte del drappello degli aggressori.
A mezzogiorno, accompagnato da militari del Reparto celere di P.S., del Battaglione mobile dei Carabinieri e delle guardie del Comando Gruppo Guardie di P. S., il dr. Francesco Placì, commissario capo di P. S., si portava allo stabile nel quale era stata istituita la sede del centro sociale «Walter Rossi», per procedere allo sgombero di quella sedicente associazione che aveva abusivamente occupato l’edificio. Di questo il portone risultava sbarrato dall’interno e quando finalmente si riusciva a rimuovere i puntelli che ne assicurava i battenti, i verbalizzanti rinvenivano gli ambienti squallidi trasformati in bivacco, deserti di uomini, ma in quelle stanze raccoglievano documenti, uno zainetto contenente bottiglie incendiarie, canapa indiana ed altro vario materiale che, analiticamente descritto, veniva repertato e versato nell’apposito ufficio reperti del locale Tribunale.
Due giovani, Bagordo Angelo e Marra Lino, venivano, in quel frangente, tratti in arresto nelle immediate prossimità della sede del centro ed in zona a quella retrostante nella piazzetta cioè della Chiesa Greca, che essi avevano guadagnato, scendendo dalle terrazze contigue a quelle dello stabile abusivamente occupato.
Mentre i due giovani venivano accompagnati in Questura, si procedeva all’arresto di Mocavero Valentino, che riconosciuto tra i partecipanti alla radunata SEDIZIOSA, veniva fermato mentre eseguiva riprese fotografiche dell’arresto del Bagordo e del Marra.

Nessuna intimazione a sciogliersi

Nella ricostruzione degli scontri tra la polizia e i manifestanti di destra, che abbiamo tralasciato di trascrivere perché grosso modo coincide con quella fatta da noi, il giudice conferma che il corteo dei missini è stato in sostanza lasciato fare. Solo, infatti, dopo che i dimostranti si erano radunati in piazza Sant’Oronzo e di lì si erano spostati in Piazza Mazzini, e dopo numerosi inviti della forza dell’ordine a sciogliere il corteo non autorizzato, la polizia è intervenuta a disperdere la manifestazione.
Sul versante di sinistra invece, come la stessa sentenza istruttoria conferma, non solo non è stato rivolto al gruppo di extraparlamentari nessun preventivo invito a sciogliersi, ma l’intervento della forza dell’ordine è stato così repentino, e con gli automezzi a sirene spiegate, che chiunque, essendo raggiunto alle spalle in quel modo, avrebbe pensato ad un attacco.
Su questo punto nodale dell’assalto della polizia alle spalle dei ragazzi, concorda anche l’appuntato Mario Galluccio, presidente del comitato di coordinamento del nascente Sindacato di Polizia, quando dice: «L’errore da parte della P.S. è stato semmai quello di arrivare alle spalle e a sirene spiegate, la qualcosa ha fatto pensare ai dimostranti che la P.S. volesse caricarli, mentre voleva invece limitarsi a disperderli [….]. Il vero pasticcio sabato lo hanno causato quelle maledette sirene spiegate degli automezzi: i dimostranti hanno pensato ad una carica e hanno reagito immediatamente ed anche noi non siamo stati fermi».


L’attacco

Vediamo quale è stato secondo il giudice e la polizia il primo momento in cui i dimostranti di sinistra avrebbero assaltato la forza dell’ordine. «Non erano ancora scesi dai loro tigrotti — dice il giudice — gli agenti di P.S. che, gli estremisti, invertita la marcia, coperti i volti con cappucci e baveri, cominciano ad affrontare le forze dell’ordine lanciando contro bulloni che colpirono i tetti degli autoveicoli, lanciando bottiglie incendiarie, provocando scoppi e deflagrazioni attribuiti a colpi di arma da fuoco e all’effetto dirompente e divampante delle bottiglie incendiarie». E poco più avanti continua: « L’attenzione degli agenti fu richiamata in modo speciale da un gruppetto di giovani che si distinguevano nel proseguire l’attacco nei loro confronti, proteggendo, con l’avanzata di uno di essi pronto a lanciare una bottiglia incendiaria, il ritirarsi di un altro compagno, che, scagliando il suo proiettile retrocedeva, all’altro che avanzava, consentendo di fronteggiare gli agenti».
La tecnica della guerriglia adottata dal gruppetto così come viene descritta dal giudice è perfetta, tanto che le azioni dei tupamaros e dei fedain appaiono dilettantistiche al confronto. Una cosa è certa che questa descrizione contrasta con la versione più accreditata del fuggi fuggi generale una volta sentite le sirene della polizia e visti gli automezzi. Secondo l’istruttoria, invece, questi ragazzi avrebbero avuto l’ardire, non solo di non fuggire, ma di «invertire la marcia» e affrontare, faccia a faccia, un plotone di celerini armati di tutto punto e in assetto di guerra. Da questa ipotetica pugna all’arma bianca, comunque, nessun agente risulta essere rimasto ferito.
L’unica cosa credibile resta quella che gli agenti potrebbero aver sentito qualche oggetto piovere sulla lamiera degli automezzi. Ma i dimostranti non hanno certo aspettato che i celerini scendessero dagli automezzi per darsi alla fuga, disperdendosi.
Ho visto personalmente, come ho descritto in precedenza, che nella foga dell’inseguimento, la polizia non si è accorta che la coda del gruppo, il troncone C, si era fermato subito dietro l’angolo di via dei Templari, proprio vicino all’ingresso dell’Upim, mentre gli agenti passavano correndo per via Matteotti. Non si capisce pertanto come la polizia avrebbe potuto vedere tutta quella sorta di guerriglia.


I feriti

I feriti sono due, Daniele Chiarelli e Salvatore Cappilli. Ecco come il giudice descrive il ferimento del solo Cappilli: «Alle guardie che si scontrarono e si azzuffarono con il Chiarelli, il Rosafio e lo Stefanazzi, si aggiunse, ma in un momento successivo, l’agente Pasquino, il quale, postosi all’inseguimento di un altro componente il gruppetto degli aggressori, aveva, stando in via Idomeno contro di quello esploso, a scopo intimidatorio e mirando a terra, un colpo di pistola perché il suo avversario, formatosi all’improvviso in un gomito della via, lo stava prendendo di mira lanciandogli contro una bottiglia incendiaria che fortunatamente non lo aveva attinto».
Il colpo esploso dall’agente Pasquino è il solo, secondo la polizia, che sia stato sparato dalle armi degli agenti. Ma a questo punto sorge una contraddizione tra quanto dichiarato a caldo alla stampa dal dott. Lacquaniti, subito dopo gli incidenti, e la ricostruzione della magistratura.
Ricordiamo la versione di Lacquaniti, capo della squadra politica: «Rientrando dal servizio di vigilanza e di piantonamento ai feriti, un agente che all’inizio della manifestazione presidiava via Idomeneo, si è spontaneamente presentato al comandante del suo reparto e gli ha riferito di aver esploso un colpo dì pistola, mirando tuttavia alle gambe. Ha detto di averlo fatto per legittima difesa, quando cioè ha visto un manifestante che gli stava lanciando addosso una bottiglia incendiaria. In quel punto, grosso modo, è stato soccorso da noi Daniele Chiarelli, ferito appunto ad una gamba. È prevedibile che sia stato ferito proprio dal poliziotto che ha sparato, ma non posso assicurarlo: saranno gli esami balistici, che stiamo effettuando, a stabilirlo definitivamente. Io posso dire che dalle cartucce date in dotazione agli agenti ne manca solo una, proprio quella del poliziotto di via Idomeneo. In teoria quindi i fatti (ferimento di Chiarelli ed esplosione del colpo più o meno nello stesso posto e più o meno nella stessa ora) collimano».
La dichiarazione di Lacquaniti sembra veritiera, sia perché Daniele Chiarelli era noto alla polizia, sia perché la sua figura, alto occhialuto e biondo, non è facilmente confondibile con altri, meno che mai con Cappilli. Coincide anche il fatto che Pasquino avesse sparato ad altezza di gambe, ed infatti Chiarelli è ferito ad un polpaccio. L'unica contestazione alla versione di Lacquaniti è che non si capisce come l’agente abbia fatto a colpire alle spalle Chiarelli quando quest’ultimo, secondo le dichiarazioni del capo della squadra politica, stava minacciando frontalmente con una molotov il Pasquino.
La spiegazione del dott. Lacquaniti, rilasciata a caldo subito dopo gli incidenti, contrasta con la ricostruzione dei fatti del giudice istruttore, il quale, come abbiamo visto, riferisce che Pasquino ha sparato a Cappilli e non a Chiarelli. E riferisce anche che ha sparato a terra e non alle gambe. Chi avrebbe sparato allora a Daniele Chiarelli? E perché queste discordanze di opinioni?
C’è da credere che la versione della magistratura sia più utile perché si presta a giustificare il fatto che Pasquino abbia sparato per legittima difesa, risultando Cappilli ferito all’addome. Tesi che invece risulta più difficile sostenere con il ferimento alle spalle di Chiarelli.
L’istruttoria non chiarisce questo punto. E a quante pare non è servita a chiarirlo neanche la perizia balistica.


Il pestaggio

Il fatto più cruento, la cui immagine è rimasta negli occhi della gente che abita la zona, è stato il pestaggio a sangue che gli agenti hanno fatto degli arrestati, ed in particolare di Chiarelli a cui sono state fratturate tre dita a colpi di manganello, pure essendo ferito e a terra. E che il pestaggio ci sia stato lo conferma anche il giudice quando dice, riferendosi a Chiarelli e Rosafio, che erano caduti: «Sui due caduti si buttarono le guardie Carbone, Romano, Matarrese, Similimeo, Battisti, Valentini, Domanico e Biase che riuscirono ad avere il sopravvento».
È interessante rilavare che all’ospedale «V. Fazzi» si presenteranno al pronto soccorso, per contusioni guaribili in dieci giorni, gli stessi otto agenti che avevano pestato di botte gli arrestati.

 

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