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Quel 12 novembre/10

10. Il reato di opinione di Tomeo

di LINO DE MATTEIS 


Il rito direttissimo viene invece utilizzato in un’altra occasione direttamente connessa coi fatti del 12 novembre. Vediamo di cosa si tratta. Il 19 gennaio 1978, Silverio Tomeo della segreteria provinciale del Movimento lavoratori per il Socialismo riceve una comunicazione giudiziaria, con cui lo si indizia del reato previsto dall’articolo 656 del Codice Penale, e cioè per «Pubblicazione e diffusione di notizie false, esagerate e tendenziose, atte a turbare l’ordine pubblico».
Si tratta di un gravissimo provvedimento per la libertà di parola preso dal Procuratore della Repubblica di Lecce, dott. Vincenzo Chiriacò. L’imputazione si riferisce al manifesto fatto affiggere durante le feste natalizie dal Mls, con il quale si chiedeva che il processo contro i giovani arrestati per i fatti del 12 novembre si celebrasse al più presto.
Ecco il testo del manifesto:

È questo il vero complotto! È dal 12 novembre che Daniele, Franchino, Pasquale, Lino e Angelo sono tenuti in carcerazione preventiva, colpevoli solo di essere antifascisti. Furono fatti oggetto assieme a centinaia di giovani, di un tentativo di strage: Daniele Chiarelli, ferito gravemente nel corso della carica della polizia, è stato vigliaccamente trasferito al carcere di Bari – Infermeria. Questo la mattina del 24 dicembre. Il dott. Lacquaniti, uno dei solerti funzionari di polizia che diressero la carica, è stato promosso e trasferito a Roma. Come i settori reazionari della Magistratura e della Questura hanno risposto alla mobilitazione di migliaia di giovani, lavoratori, democratici, forse politiche e settori sindacali per la libertà dei giovani antifascisti? Rifiutato il processo per direttissima, è stata affidata l’istruttoria al giudice Paone. Quest’ultimo, come il giudice Catalanotti di Bologna, trascina l’istruttoria e non accenna a chiuderla affinché si tenga il processo. Anzi: muove le sue indagini sulle orme di un fantomatico complotto, minaccia di allargare a macchia d’olio la rosa dei sospetti, costringe i compagni a scontare mesi di galera senza processo. Si tenta così di intimidire il movimento popolare di opposizione per la difesa delle libertà democratiche, si tenta — sulle orme tracciate da articoli di stampa locale e della stessa «Unità» — di tacciare di cospirazione e di complotto tutte le lotte di opposizione, sviluppatesi dopo il 20 giugno, contro il governo Andreotti. Ciò di concerto alle grandi manovre sull’ordine pubblico che vorrebbero affossare, in Italia, le stesse libertà costituzionali: fermo di polizia, attacco ai referendum, leggi speciali, uso più spregiudicato delle forze di polizia contro la ripresa delle lotte sindacali e operaie. I giovani antifascisti in galera, libertà per gli assassini fascisti, assoluzione dei generali e dei colonnelli golpisti, ministri democristiani coinvolti in strage in libertà: è questo il risultato della politica sull’ordine pubblico del governo dei sei. Si chiuda subito l’istruttoria! Libertà provvisoria subito per Daniele, per le sue condizioni di salute. I compagni in libertà.

MOVIMENTO LAVORATORI PER IL SOCIALISMO

Il Procuratore dalla Repubblica dott. Vincenzo Chiriacò, ravvisando in questo manifesto gli estremi del reato di diffusione di notizie false e tendenziose, ha firmato la comunicazione giudiziaria contro Silverio Tomeo. Ma Tomeo, non è il segretario dell’Mls, è solo un componente della segreteria provinciale. Perché allora solo a lui e non ai rappresentanti statutari del gruppo politico?
Egli era stato solo incaricato di recapitare alla tipografia Greco di Copertino il testo di un manifesto deciso dalla segreteria nella sua collegialità, e di provvedere alla sua affissione sui muri della città.
Quell’incarico cioè poteva essere affidato a chiunque altro giacché Tomeo non ha che materializzato un’iniziativa presa unanimemente dal vertice del gruppo politico al quale appartiene, e proprio per questo anzi in calce al manifesto non c’è la firma di Tomeo, ma quello del Movimento Lavoratori per il socialismo.
Se proprio avesse voluto indiziare di reato qualcuno il Procuratore della Repubblica avrebbe dovuto mandare la comunicazione giudiziaria al segretario provinciale dell’Mls.
I1 fatto politico è evidente: questa comunicazione giudiziaria altro non è che un avvertimento alla sinistra, quasi una mossa esemplare. «Secondo la Procura — scrive in una nota la segreteria dell’Mls — false e tendenziose sarebbero le valutazioni che da due mesi un Comitato formato da decine e decine di intellettuali democratici, esponenti sindacali, operatori culturali sta esprimendo sul modo con cui l’istruttoria viene condotta dal giudice incaricato. Non è vero. Non si contesta nel manifesto, nè in alcuna altra presa di posizione, che “la natura dei reati sia ostativa della concessione della libertà provvisoria”, ma che la natura dei reati avrebbe reso obbligatorio il processo per direttissima, che si è protratta l’istruttoria con lungaggini non attinenti ai reati contestati, che le condizioni di salute di Daniele Chiarelli e il tipo di assistenza medica di cui ha bisogno, erano elementi giuridicamente validi per la richiesta, per lui soltanto, della «libertà provvisoria».
«Ci troviamo — dicono ancora alla segreteria dell’Mls — di fronte ad una precisa volontà persecutoria nei nostri confronti: e abbiamo ragione di dire questo quando pensiamo che ci si è preoccupati di sollecitare i datori di lavoro di alcuni compagni arrestati per i fatti del 12 novembre a “prendere gli opportuni provvedimenti”, quasi che non ci trovassimo ancora nella fase istruttoria, ma di fronte ad una condanna già pronunciata. I compagni, oggi sono soltanto colpevoli di antifascismo e fino al momento in cui un tribunale non avrà emesso una sentenza definitiva della loro colpevolezza si deve parlare solo in termini politici».
Il processo a Silverio Tomeo si celebra pochi giorni dopo col rito direttissimo: viene ritenuto colpevole dalla seconda sezione dai Tribunale di Lecce (presidente Rubichi, giudici a latere Dell’Anna e Anselmi, Pubblico Ministero Stasi) di aver diffuso notizie false e tendenziose ed è stato condannato ad un’ammenda di 100 mila lire.
Pochi giorni dopo per le strade di Lecce viene affisso un altro manifesto in cui si fanno le stesse affermazioni contenute in quello per il quale è stato processato Silverio Tomeo. Il manifesto, che nella sostanza è una autodenuncia, è sottoscritto da dodici intellettuali Rina Durante, Gianni Giannotti, Vittorio Pagano, Giuseppe Pati, Giulia Stampacchia, Luigi Za, Gianni Gadaleta, Giovanni Bernardini, Donato Bortone, Pino De Giorgi, Totò Dell’Anna, Elisabetta Donini.
Questo il testo del manifesto:

Ai cittadini democratici e antifascisti. Sentiamo il bisogno di intervenire nel merito dei fatti che da mesi interessano l’opinione pubblica democratica della nostra città e per i quali sei giovani antifascisti stanno subendo la carcerazione preventiva. Il 12 novembre a Lecce i fascisti tennero una manifestazione nonostante il divieto prefettizio: blando e tardivo fu l’intervento delle forze di polizia. Queste ultime tennero un atteggiamento ben diverso nei confronti di un gruppo di antifascisti che furono caricati e disciolti. Alcuni di loro furono raggiunti da colpi di arma da fuoco, altri duramente percossi; nove furono gli arrestati, sei dei quali sono ancora oggi in carcere. RITENIAMO CHE LA COLPA DEI GIOVANI ARRESTATI SIA SOLO QUELLA DI AVER MANIFESTATO IN PIAZZA IL LORO ANTIFASCISMO.
Non è stato loro concesso il giudizio per direttissima, Daniele Chiarelli (con la gamba e tre dita fratturate) non ha libertà provvisoria, nonostante le sue condizioni di salute, e non gli sono state assicurate le cure specialistiche di cui aveva gran bisogno per la riabilitazione degli arti. In tutto questo ravvisiamo una volontà persecutoria verso i giovani antifascisti. Ne troviamo conferma nella censura sulla loro corrispondenza, nel trasferimento del Chiarelli a Bari alla vigilia di Natale, nell’isolamento in cui è stato tenuto lo stesso giovane per qualche tempo nel carcere di Lecce. In piena coscienza riteniamo di dover dare questi giudizi, ben sapendo che altri hanno ricevuto comunicazione giudiziaria dalla Procura della Repubblica per aver fatto affermazioni simili alle nostre. Una normativa come quella relativa ai reati di opinione, che non si può che definire fascista, non deve impedire ad un democratico di prendere posizione rispetto a fatti così gravi. CHIEDIAMO QUINDI CHE VENGA IMMEDIATAMENTE FISSATA LA DATA DEL PROCESSO RELATIVO AI FATTI DEL 12 NOVEMBRE ’77 E CHE I SEI ARRESTATI ANTIFASCISTI POSSANO TORNARE IN LIBERTA’.

 

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