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Quel 12 novembre/9

9. Il Comitato per la liberazione dei compagni arrestati

di LINO DE MATTEIS


Appena il rapporto della polizia passa nelle mani della Magistratura, il sostituto procuratore Giuseppe Giannuzzi, ha due vie da scegliere, quella del rito direttissimo previsto dalla legge sulle armi del ’75 e dalla Legge Reale o quello dell’istruzione formale che richiederà invece molto più tempo.
Il sostituto procuratore sceglie questa seconda soluzione e l’istruttoria del processo viene affidata al giudice istruttore Michele Paone, magistrato che si definisce un tecnico del diritto al di sopra dalle parti e non è iscritto a nessuna corrente dell’associazione dei magistrati.
Intanto per la nuova sinistra il problema principale è quello di fare ottenere, visti i tempi lunghi che avrebbe richiesto l’istruttoria, la libertà ai sei arrestati e di sollecitare perché la sentenza di rinvio a giudizio fosse depositata quanto prima, in modo da permettere ai dodici denunziati di essere giudicati al più presto.
Invece a due mesi dal 12 novembre (data degli incidenti tra poliziotti e dimostranti della sinistra) non si registra nessuna novità. Alla reazione immediata dei primi giorni, che aveva sollecitato non poche iniziative di dibattito politico sull’argomento, sembra essere subentrata, almeno in una parte dello schieramento democratico che pure aveva espresso la propria solidarietà agli antifascisti arrestati, un atteggiamento di pacata attesa delle decisioni della Magistratura. Che cosa è successo in questi due mesi?
Ricordiamo brevemente che subito dopo gli incidenti fu da più parti avanzata la richiesta del processo per direttissima, il quale, consentendo un rapido giudizio, avrebbe potuto restituire la libertà agli arrestati.
Su questa piattaforma, che prevedeva anche la richiesta di libertà provvisoria, si costituisce un «Comitato per la liberazione dei compagni arrestati», al quale aderiscono esponenti sindacali, uomini politici e personalità della cultura, sia locali che nazionali. Ecco alcuni nomi tra i primi che aderiscono: Don Giovanni Franzoni, Marcello Cini, Piero Olmeda, Massimo Scalia, Ennio Bonea, Giulia Stampacchia, Giovanni Bernardini, Francesco Calasso, Michele Vurro, Salvatore Dell’Anna, Carlo Ginzburg, Angelo Baracca, Gianni Jona-Lasino, Giovanni Ciccotti, Giorgio Israel, Giorgio Brugnoli, Rina Durante, Luigi Za, Angelo Semeraro, Luigi Santoro, Giuliano Capani, Francesco Flascassovitti, Antonio Zamparelli, Gerardo Palmieri.
Successivamente un’adesione morale al Comitato la danno il presidente del consiglio della regione Puglia, Luigi Tarricone, e l’onorevole Luciana Castellina che visitano, separatamente, i detenuti. Anche il senatore Umberto Terracini si associa all’operato del comitato con la seguente dichiarazione: «Sono a conoscenza del fatto che sei giovani, arrestati a Lecce il 12 novembre ’77, sono a oltre tre mesi di distanza, ancora in carcere; e che uno di essi Daniele Chiarelli, è in condizioni di salute preoccupanti. Le conseguenze delle fratture riportate a seguito dell’intervento poliziesco, impongono un’assistenza sanitaria specialistica continua, quale in carcere non può essere assolutamente garantita. Questo giovane sarà condannato a subire danni fisici irreparabili se non verrà tempestivamente messo in grado di ricevere le cure necessarie. Tutto ciò risulta intollerabile ad ogni coscienza civile. Poiché l’istruttoria è stata formalmente chiusa, è urgente e doveroso che il processo venga celebrato al più presto, perché i giovani antifascisti siano restituiti alla libertà. Ai giovani antifascisti va la solidarietà mia e di quanti, militanti della vecchia e nuova resistenza, hanno combattuto e continuano a combattere il fascismo comunque camuffato, per una società più giusta e più libera». Questa dichiarazione di Terracini verrà fatta dopo la chiusura della istruzione formale.
Questo il testo del primo appello con cui si lancia l’iniziativa della costituzione del «Comitato per la liberazione dei compagni arrestati»:

La mobilitazione democratica di massa, che era riuscita ad imporre la revoca dell’autorizzazione concessa ai fascisti per una provocatoria manifestazione, è stata vanificata, sabato 12, dalla inerzia della polizia che ha consentito ai fascisti il loro raduno e di marciare per le strade del centro e che, nonostante le numerose manifestazioni di violenza, si è limitata ad operare due soli fermi. Al pacifico presidio dei giovani democratici che, usciti dall’Università alla notizia della provocazione svolgevano opera di vigilanza antifascista, la polizia reagiva con cariche selvagge, con la devastazione del Centro «W. Rossi», con l’uso delle armi da fuoco. Nove giovani democratici, tra i quali due feriti da colpi di pistola, venivano arrestati con assurde imputazioni. Tra essi, un fotografo professionista, collaboratore di testate democratiche, a cui venivano sequestrate apparecchiature e rullini impressionati durante lo svolgimento dei fatti, documenti, questi, ancora nelle mani della polizia che vanno consegnati integri e senza manomissioni alla Magistratura. Successivamente tre democratici, non presenti agli incidenti, venivano denunciati. Tra questi è un docente universitario, che si è voluto colpire per scoraggiare con un esempio quanti intendessero assumere atteggiamenti coerentemente democratici.
I fatti avvenuti a Lecce il 12 novembre si inquadrano nel più vasto disegno repressivo che va attuandosi in questi giorni in tutta Italia e che ha trovato un momento significativo sul piano giudiziario, con l’emissione, ad opera del giudice missino Alibrandi, di 29 mandati di cattura a carico di democratici colpevoli di essersi battuti per la democratizzazione delle Forze Armate. La recrudescenza di misure repressive anche sul piano legislativo si combina con la ripresa del terrorismo che, allarmando l’opinione pubblica, crea le condizioni per la chiusura di spazi democratici e spinge verso l’adozione di misure liberticide. Tutto ciò nell’intento di ostacolare ogni sviluppo della opposizione sociale che cresce con l’acutizzarsi della crisi economica. È di questi giorni la messa in Cassa integrazione di 3.000 operai dell’Italsider di Bagnoli; la denuncia e il procedimento contro 10 operai dell’Italsider di Taranto che avevano bloccato con i loro compagni un altoforno.
In presenza di questa progressiva e articolata restrizione degli spazi legittimi di discussione e di opposizione occorre che le forze politiche, gli intellettuali, gli studenti e gli operai si mobilitino in difesa della democrazia.
Per i fatti del 12 nov., in particolare, è necessario creare gli strumenti adatti ad una campagna di informazione e di mobilitazione che contribuiscano:
1) a liberare i democratici arrestati e smontare il castello di denunce costruito contro di loro;
2) ad aprire un’inchiesta sull’uso delle armi da parte della polizia;
3) a mettere sotto inchiesta la Federazione leccese del MSI-DN nella prospettiva della messa fuorilegge di questo partito.
Su queste basi si costituisce un comitato con lo scopo di organizzare le forze disponibili per questa battaglia di democrazia e di collegarne le iniziative.

Il Comitato riesce a mobilitare e a coagulare una vasta fetta dì opinione pubblica. Il successo di alcune sue iniziative, come la raccolta di migliaia di firme per una petizione al Presidente del Tribunale, confermano anche a Lecce l’esistenza di una forte opposizione di sinistra radicata nella società, che riesce a manifestarsi anche al di fuori dei tradizionali canali dei partiti storici della sinistra. Tra le altre iniziative del Comitato c’è anche la riuscitissima manifestazione del 30 novembre, per la quale è necessario sottolineare tra le altre la presente spontanea di due striscioni dei consigli di fabbrica della Pasbo e della Fiat Hallis.
Il «Comitato per la liberazione dei compagni arrestati», affiancato dal collegio di difesa composto dagli avvocati Costantino Chirizzi, Francesco Salvi, Fulvio Rizzo, Aldo Porcari, Antonio Filastò e Gaetano Gorgoni, inizia una attenta denunzia dei risvolti politici che sta andando assumendo l’indagine. Il Comitato denuncia in un documento che le motivazioni ufficiali per ritardare il processo, fondate sulla necessità di svolgere alcune perizie tecniche, «sono dettate dalla stessa logica politica che a Bologna sta tenendo da quasi un anno in stato di carcerazione preventiva alcuni giovani militanti antifascisti».
Vediamo quali sono queste perizie tecniche che la magistratura ritiene indispensabile dover fare eseguire.
Il 12 novembre la polizia fece uso di armi da fuoco e due dei dimostranti furono feriti; di essi uno, Daniele Chiarelli, piuttosto gravemente alla gamba destra, l’altro Cappilli alla zona poliombelicale. Da qui la decisione della magistratura di far svolgere una perizia sulle armi usate dalla polizia. Richiesta, quest’ultima, tutt’altro che negata dal «Comitato per la liberazione», che, anzi, aveva chiesto fin dall’inizio l’apertura di un’inchiesta sull’operato delle forze dell’ordine in quel giorno.
Non si capisce però come questa perizia balistica possa essere collegata alla definizione della posizione processuale degli imputati, che sono stati gli offesi. Semmai riguarderà la definizione delle responsabilità degli agenti e di chi li guidava.
Con queste considerazioni gli avvocati chiedevano che la parte riguardante le forze di polizia venisse stralciata, e fosse oggetto di un altro dibattimento.
Ma il giudice che conduceva l’istruttoria, Michele Paone, non è d’accordo e il 12 dicembre affidava la perizia sulle armi ad un tecnico, concedendo un mese di tempo per la sua deposizione.
Da fonti ufficiose pare che alla scadenza del 12 gennaio, il tecnico chiede altri dieci giorni per il completamento della perizia in questione, e così salgono a quaranta i giorni di carcere preventivo scaturiti da questa scelta del giudice, che vanno ad aggiungersi agli altri trenta già trascorsi in carcere dai giovani arrestati. Il giudice ha poi smentito che sia stata concessa la proroga.
Vista la piega presa dall’istruttoria, che minaccia di durare per un periodo di tempo eccessivo, prende sempre più forza la richiesta di libertà provvisoria. In particolare si insiste a chiudere la libertà per le condizioni fisiche del ferito grave: Daniele Chiarelli, infatti, ha riportato oltre alla frattura della gamba destra a seguito del colpo di pistola ricevuto nel polpaccio, anche la frattura di tre dita delle mani, che gli impediscono di essere autosufficiente, se non a prezzo di enormi sforzi e dolori fisici.
Per tutta risposta il giudice Paone dispone, invece, il trasferimento di Daniele al Centro clinico del Carcere Giudiziario di Bari. Il trasferimento avviene inumanamente proprio la mattina della vigilia di Natale, senza preavviso alcuno, gettando nella costernazione i familiari che, si vedono così negata anche la possibilità di portare il proprio aiuto, che si è rilevato determinante nel periodo in cui Daniele è stato tenuto nell’ospedale di Lecce.
Inoltre, si nutrono seri dubbi che Chiarelli possa, nella nuova sede, essere curato come la sua condizione richiederebbe e che vengano garantiti i controlli radiologici, che a Lecce venivano invece costantemente effettuati.
A completare il quadro del «taglio» sempre più politico che va assumendo l’indagine istruttoria, una perquisizione viene effettuata dalla polizia di Cosenza in casa del professore Tito Tonietti, docente di Storia delle Matematiche dell’università di Lecce e uno degli imputati, sospettato di aver partecipato ad atti terroristici, avvenuti in quella città nello stesso periodo di tempo in cui vi si svolgeva un convegno scientifico, cui hanno partecipato decine di scienziati.
«Si ha così la sensazione sufficientemente motivata — viene denunciato in un manifesto del Movimento Lavoratori per il Socialismo — che a partire dagli incidenti del 12 novembre, si voglia costruire tutta una serie di collegamenti che diano corpo (poco importa se reale o inventato) alla teoria del complotto che a Bologna è costato quasi un anno di carcere preventivo a sette antifascisti».
Bisogna intanto registrare una nota di «merito» sul fronte della polizia. Il dott. Pasquale Lacquaniti, il capo dell’ufficio politico della Questura, viene promosso e trasferito a Roma al Ministero degli Interni, alla Divisione ordine pubblico nazionale. Lacquaniti è il funzionario di polizia che ordinò la carica il 12 novembre.

 

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