7. Le prime reazioni e commenti
di LINO DE MATTEIS
Era la seconda volta che a Lecce si sviluppava una vera e propria guerriglia urbana. La prima si era avuta il 4 giugno ‘77, anche quello un sabato, dopo il comizio del leader nazionale dei falchi missini Pino Rauti. Anche allora erano esplosi per la città numerosi colpi di arma da fuoco ed erano state lanciate bombe molotov, ma non si erano avute le conseguenze che invece si sono registrate il 12 novembre: due feriti da arma da fuoco tra i dimostranti di sinistra (Daniele Chiarelli e Salvatore Cappilli) e undici contusi tra gli agenti di P. S.. Oltre a quello dei due giovani feriti, vengono eseguiti altri undici arresti: Mario De Cristofaro (consigliere comunale missino) e Vittorio Emanuele Russo per i fascisti; Donatella Angelozzi, Addolorata Caratta, Pasquale Rosafio, Francesco Stefanazzi, Lino Marra, Angelo Bagordo e Valentino Mocavero per la sinistra. Successivamente il giudice tratterrà in stato di detenzione solo sei, concedendo la libertà provvisoria a tutti gli altri. I detenuti sono: Daniele Chiarelli, Francesco Stefanazzi, Pasquale Rosafio, Salvatore Cappilli, Lino Marra e Angelo Bagordo.
È un fatto politico importante per Lecce. All’Università comincia una mobilitazione permanente a cura del Movimento Lavoratori per il Socialismo e degli altri gruppi della sinistra extraparlamentare: l’obiettivo è di denunciare l’attacco e le violenze della polizia, oltre a chiedere la libertà provvisoria per tutti i detenuti in attesa del processo. L’orientamento che emerge subito è quello di ottenere che il processo si faccia al più presto, con il rito per direttissima previsto dalla legge in casi di questo genere.
Il Collettivo di Controinformazione Fotografica denuncia l’arresto di Valentino Mocavero «fotografo professionista arrestato nell’esercizio delle sue funzioni professionali» e chiede oltre alla sua immediata scarcerazione la consegna alla magistratura del rollino che riprende l’azione repressiva della polizia e la restituzione di tutto il materiale fotografico sequestrato. Il collettivo, inoltre, invita i giornalisti, i fotografi democratici e tutti i cittadini affinché venga salvaguardata da ogni abuso la libertà di stampa e di informazione.
I dirigenti del Movimento Lavoratori per il Socialismo chiedono al presidente dell’Associazione provinciale della stampa, Domenico Faivre, di riunire il consiglio dell’associazione per protestare contro l’arresto di Valentino Mocavero.
Si sviluppa ma polemica nei confronti di «Radio Salento» per l’informazione, minuto per minuto, che ha fornito sugli incidenti. È l’unica emittente privata locale che ha garantito un servizio tempestivo e spregiudicato. Per Lecce può sembrare troppo, si teme che scoppi un altro caso «Alice». Il direttore della radio subisce delle pressioni perché sia più moderato.
È interessante la dichiarazione che il capo della squadra politica della questura, dott. Pasquale Lacquaniti, rilascia a caldo a «La Tribuna del Salento», settimanale edito a Lecce e gestito da una cooperativa di giornalisti. Il dott. Lacquaniti così riferisce in merito ai colpi di pistola che sono stati esplosi: «Rientrando dal servizio dì vigilanza — dice — e di piantonamento ai feriti, un agente che all’inizio della manifestazione, presidiava via Idomeneo, si è spontaneamente presentato al comandante del suo reparto e gli ha riferito di aver esploso un colpo di pistola, mirando tuttavia alle gambe. Ha detto d’averlo fatto per legittima difesa, quando cioè ha visto un manifestante che gli stava lanciando addosso una bottiglia incendiaria. In quel punto, grosso modo, è stato soccorso da noi Daniele Chiarelli, ferito appunto ad una gamba. È prevedibile che sia stato ferito proprio dal poliziotto, che ha sparato, ma non posso assicurarlo: saranno gli esami balistici, che stiamo effettuando, a stabilirlo definitivamente. Io, posso dire che dalle cartucce date in dotazione agli agenti ne manca solo una, proprio quella del poliziotto di via Idomeneo. In teoria quindi i fatti (ferimento di Chiarelli ed esplosione del colpo più o meno nello stesso posto e più o meno nella stessa ora) collimano. Tuttavia c’è un giallo nel giallo, mentre noi abbiamo prontamente soccorso Daniele Chiarelli e lo abbiamo, trasportato in ospedale, l’altro ferito, Salvatore Cappilli, si è presentato da solo al «Vito Fazzi» per farsi curare una ferita da arma da fuoco con ritenzione del proiettile nella zona poliombelicale. Allora ci troviamo di fronte a questa realtà: un nostro agente, per legittima difesa, ha esploso un colpo, dall’inventario manca una sola cartuccia, quella esplosa, ma i feriti sono due. Chi ha ferito Salvatore Cappilli? È in questa direzione che ci stiamo muovendo con le indagini».
Ci sono, naturalmente anche le prime dichiarazioni politiche rilasciate a caldo. Il segretario provinciale della Dc, Rino De Filippi, si ritaglia la solita comoda centralità, ricorrendo in sostanza alla teoria ormai stantia degli opposti estremisti. «Il Comitato antifascista — dice De Filippi — aveva ottenuto dalla Questura che nessuna manifestazione venisse consentita ai gruppi estremisti di destra, i quali volevano organizzare in piazza Santo Oronzo una mostra fotografica con diffusione di musica alternativa. In cambio tuttavia il Comitato si era impegnato che nessuna manifestazione antifascista ci sarebbe stata. Ora se da una parte è condannabile il corteo fascista, dall’altra è condannabile parimenti il corteo dell’ultra sinistra i cui organizzatori non sono stati ai patti».
Anche il segretario cittadino del Pci, Evandro Bray, rilascia alla stampa una dichiarazione subito dopo gli incidenti, ma si limita a condannare a destra non prendendo posizione a sinistra. «Bisogna individuare e colpire — dice — i covi fascisti. Anche a Lecce esistono centrali della provocazione pronte a scattare nei momenti più travagliati della vita cittadina. Emergono quindi responsabilità dirette del Msi, che con i suoi dirigenti (tra gli altri il consigliere comunale De Cristofaro è stato arrestato) ha proseguito la sua attività contro l’ordine democratico».
Il primo commento laico è quello di Antonio Maglio, che, a proposito della teoria degli opposti estremismi rispolverata per i fatti del 12 novembre, scrive su «La Tribuna del Salento»: «In questo errore sono caduti in molti, i quali si sono illusi che sarebbe stato sufficiente proibire una manifestazione per esorcizzare l’altra, sperando così che l’estrema destra avrebbe accolto impassibile il divieto e che l’estrema sinistra non avrebbe controbattuto la prevedibilissima reazione con un'altrettanto prevedibile contro-reazione. Tutto questo, invece, lo si sapeva, o quanto meno lo si intuiva, già da giovedì scorso, quando si sparse la notizia che ogni manifestazione era stata proibita. Non scopriamo niente di nuovo scrivendo oggi queste cose, che sono uguali a quelle del 4 giugno, con l’unica marginale differenza che mentre cinque mesi fa i partiti antifascisti avevano pressoché ignorato o comunque sottovalutato il comizio di Pino Rauti, i fatti di sabato scorso sono stati preceduti da una fitta sequenza di comunicati contro l’iniziativa dì concedere la piazza all’estrema destra».
Maglio suggerisce anche cosa si sarebbe dovuto fare: «Sabato scorso — dice — a nostro avviso, si sarebbe dovuto fare quello che non si fece il 4 giugno, e che tuttavia, successivamente a quella data, si suggerì, già da allora, da più parti di fare in seguito: non proibire ai missini la manifestazione ma dirottarla in un luogo circoscritto. La mostra fotografica e la musica alternativa potevano benissimo essere tenute in un locale chiuso, non in pubblico. Averle proibite in ogni caso, ha trasformato i missini in martiri, che hanno reagito, provocando come conseguenza lapalissiana, la reazione dell’ultra sinistra. Insomma si doveva rimuovere il motivo della prima manifestazione: a questo punto la seconda non avrebbe avuto ragione di esistere. Si è voluto, invece fare come Salomone: tagliare a metà la ragione. E si è sbagliato di nuovo».