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Quel 12 novembre/6

6. Testimonianza diretta

di LINO DE MATTEIS


Quel sabato a mattina mi trovavo con una amica, che poi vedrà e udirà tutto quello che vedrò e udirò io, in piazza Santo Oronzo, verso le 10. Esattamente stavo ammirando le rovine dell’Anfiteatro romano, quando sento un assordante rumore di sirene, e vedo passare alcune macchine della polizia che si dirigevano in via F. Rubichi, la via del Municipio. Un cellulare dei carabinieri si piazza strategicamente nella piazza, dal lato del Banco di Roma. Il plotoncino dei carabinieri era guidato dal tenente Carrino, che io conoscevo. Approfitto della conoscenza e gli chiedo che cosa stesse succedendo. Con molto garbo il tenente mi risponde: «Mi dispiace, ma non parlo quando sono in servizio».
Il rumore delle sirene continuava a stridere da tutte le parti, sembrava una città in stato di guerra. La sensazione più brutta era quella di non poter vedere e controllare dove stavano avvenendo gli incidenti e che cosa di preciso stava accadendo.
Sosto per un po’ nei pressi del Municipio e poi mi dirigo verso l’imbocco di via dei Templari (via dell’Upim) dalla parte di Piazza Santo Oronzo. Fa un caldo da morire, tanto che sono costretto a slacciarmi la cerniera della giacca a vento di lana.
Da quella angolazione riesco a seguire tutta una scena, mi renderò conto dalle ricostruzioni che si faranno successivamente, che si tratta del primo attacco della polizia. Vedo passare da via Matteotti una compagnia di celerini, che corrono verso la zona dell’hotel Patria, sono armati di tutto punto e si trovano schierati uno dietro l’altro.
Dalle ricostruzioni successive mi renderò conto che i primi due tronconi del gruppo, che era stato preso alle spalle dalla polizia in via Matteotti, erano già passati e venivano in quel momento inseguiti dalle guardie.
Una folla si era radunata davanti agli ingressi dell’Upim e tra questi ho modo di notare un gruppetto di 10-15 giovani, che, si distinguono dalla folla perché visibilmente agitati, qualcuno cerca di nascondersi il viso con il fazzoletto o con il collo del maglione.
Passato il primo contingente di celerini, che non si accorgono che la coda del gruppo che stanno inseguendo si trova davanti all’Upim, i giovani corrono verso via Umberto I, dirigendosi nella zona della Chiesa Greca.
La confusione e il panico sono enormi. I primi negozi intanto cominciano a riaprire le saracinesche, la gente domanda cosa succede, tutti pensano a qualcosa di più grave che un semplice scioglimento di corteo, lo spiegamento di forza dell’ordine è infatti imponente.
Dopo qualche minuto percorro via Templari, attraverso via Matteotti dove vedo i tigrotti della polizia, e imbocco via Umberto I.
Arrivo all’altezza di via Idomeneo. C’è una grande confusione. All’inizio della strada, sulla sinistra, noto il cofano di una Simca 1000, mi pare, bruciato probabilmente da una bottiglia incendiaria. Una macchina della polizia ostruisce la via. Ho paura di essere fermato, ho l’impressione, infatti, che la polizia fermi tutti i sospetti, senza alcun criterio.
Avanzo fino all’incrocio, dove via della Sinagoga continua in via Belli, e noto subito delle macchie di sangue per terra. Mi colpisce l’isterismo e la paura delle donne che abitano lì davanti: «Mamma mia quanti colpi gli hanno dato, lo hanno massacrato di botte». «Poveretto con tutte le manette ai polsi, quattro, cinque poliziotti lo hanno colpito con i manganelli mentre era ancora a terra». «Lo hanno trascinato per i piedi come un maiale al macello, lasciando questa striscia dì sangue».
Sempre dalle successive ricostruzioni saprò che il malcapitato è Daniele Chiarelli, ferito al polpaccio destro, caduto per terra, ammanettato dalla polizia, picchiato a sangue con i manganelli e pestato con i piedi, fino a procurargli la frattura di tre dita delle mani. Notizie vere, confermate poi sia dai referti medici che dalla sentenza del giudice istruttore.
Tra il sangue che vedo per terra e le testimonianze delle donne, giovani e anziane, che abitano lì, e che vengono pronunciate spontaneamente pochi minuti dopo che è avvenuto il pestaggio, ho la precisa sensazione, e mi sembra anzi di vedere, la scena del massacro di un giovane ormai innocuo.
Sento e vivo il terrore e l’impotenza di quei ragazzi che ormai braccati da vicino, come una lepre inseguita da un branco di levrieri, non trovano di meglio, nella speranza di distanziare gli inseguitori, di usare la bottiglia piena di benzina, che sconsideratamente hanno preparato e portato con sé, nella folle idea di prepararsi alla rivoluzione.
Qualcuno sostiene di aver sentito due colpi di arma da fuoco, un altro tre. Insieme ad alcuni, sopraggiunti insieme a me, cominciamo la ricerca dei bossoli in via Belli. Guardiamo attentamente nella strada asciutta, e riusciamo a trovare solo il bossolo calibro 9.60.
A terra intanto hanno buttato dell’acqua e con la scopa strofinano il selciato per pulirlo dalle macchie di sangue.

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