
5. Il presidio antifascista
di LINO DE MATTEIS
Verso le 10 e un quarto giunge all’Università, quando è ancora in corso l’assemblea degli studenti, la notizia degli incidenti tra le forze dell’ordine e i manifestanti dì destra.
Mentre ancora gruppi di fascisti si aggiravano nella zona circostante a piazza Mazzini, alcuni giovani di sinistra si trovavano nei pressi della chiesa dei monaci di Fulgenzio.
L’assemblea degli studenti intanto si scioglie e si trasforma in un «presidio antifascista» nella zona dell’università. Alcuni giovani vanno a vedere se la notizia degli incidenti è vera e, nel caso lo sia, ad accompagnare alla Università gli studenti rimasti tagliati fuori.
Così infatti avviene. Raggiunti i compagni in via Cesare Battisti, il gruppo imbocca via Nazario Sauro, evitando accuratamente la zona di piazza Mazzini per non doversi scontrare con i fascisti, che, a quanto appurerà in seguito l’Mls, avevano poco prima minacciato un gruppo di studentesse del Liceo Artistico, e inseguito alcuni giovani in via Zanardelli, a quanto pare anche con il lancio di pietre.
Da via Cesare Battisti il gruppo, che è andato infoltendosi per l’arrivo di altri giovani che si trovavano già nella zona, sempre cercando di evitare i luoghi dove vengono segnalati i fascisti, imbocca e percorre Viale Costa entrando in via Matteotti (quella che costeggia un lato dell’Upim) con l’intenzione di ritornare verso Porta Napoli e la zona universitaria.
Per quanto riguarda questo gruppetto, di appena qualche decina di giovani, fino a questo momento, pur avendo percorso non poca strada, nessuno lo ha ancora ostacolato, nessun funzionario dì polizia, che pure era presente nella zona, gli ha intimato di sciogliersi. Fino a questo momento, insomma, nessun incidente è avvenuto, e niente lascia prevedere quello che sarebbe accaduto da lì a poco. Il gruppetto non aveva manifestato alcuna minacciosità e anzi si stava allontanando dalla zona «calda» di piazza Mazzini.
Gli studenti, che sono appena un centinaio, non sospettando nulla per non aver avuto nessun ordine dì sciogliersi, giungono nel punto in cui via Matteotti incrocia via dei Templari (esattamente l’angolo dell’Upim). La testa del gruppo ha di poco superato l’incrocio con via dei Templari, quando da dietro giungono a sirene spiegate gli automezzi della polizia. In testa era la vettura del dott. Lacquaniti, seguito dai «tigrotti» della celere.
Il panico creato tra i giovani, e la gente che era presente in quel punto, dai fischi delle sirene è indescrivibile. Avviene un fuggi fuggi generale, i negozi chiudono le saracinesche, alcuni si rifugiano nell’Upim, che pure subito abbassa le proprie.
I giovani che componevano il gruppo sono terrorizzati, si rendono presto conto che l’obiettivo dell’attacco della polizia sono proprio loro. Se il motivo era quello della manifestazione non autorizzata, si meravigliano di non essere stati prima avvisati di sciogliersi, sempre che quel gruppetto sparuto potesse ritenersi una manifestazione.
Il gruppo si spacca grosso modo in tre tronconi, che nella cartina di pagina 33 indichiamo con A, B e C. Il troncone A (la testa del vecchio gruppo) percorre di corsa il tratto che gli resta di via Matteotti.
Il troncone B (il centro del vecchio gruppo) si infila nel tratto di via Templari che porta in via Umberto I (Chiesa di Santa Croce).
Infine il troncone C (la coda del vecchio gruppo), dopo alcuni attimi dì sbandamento per l’attacco della polizia avvenuto alle spalle, sì raccoglie in un primo momento dalla parte di via Templari che porta a Piazza Santo Oronzo (nei pressi dell’ingresso dell’Upim). Successivamente segue il tragitto del gruppo B, ma a differenza di quest’ultimo (che ha intanto infilato a sinistra un vicoletto che si apre perpendicolarmente su via Templari per ricongiungersi, all’altezza dell’hotel Patria, con il troncone A) percorre per intero via Umberto I giungendo nella zona della Chiesa Greca, dove si disperde.
Seguiamo più da vicino i vari percorsi. I gruppi A e B, ricongiuntisi poco prima, imboccano via della Sinagoga inseguiti da vicino dalla polizia, che è giunta con alcune auto (almeno due) anche da via F. Rubichi (la strada del Municipio), mettendo in atto una vera e propria azione di accerchiamento.
Via della Sinagoga, un vicolo largo poco più di un paio di metri, viene percorsa per intero dal gruppetto che, per effetto della corsa, si va lentamente sfoltendo. Attraversa via Idomeneo e si infila in via Belli, un altro vicolo che si apre in via della Sinagoga e perpendicolarmente a via Idomeneo.
A questo punto viene udito distintamente un colpo di arma da fuoco (dal bossolo rinvenuto poco dopo sul luogo, si saprà che è un calibro 9,60). Daniele Chiarelli cade colpito da dietro alla gamba destra all’altezza del polpaccio, poco sotto il ginocchio, appena imboccata via Belli. Alcuni testimoni diranno poi di aver visto un poliziotto in ginocchio nell’atto di sparare.
Prosegue la fuga generale del gruppo. Più avanti via Belli è ostruita da un palo posto al centro della strada ad impedire la circolazione dei veicoli, è in questo punto, dove la strada si restringe che avviene una caduta generale. Quando sopraggiungono i poliziotti, sono a terra oltre al ferito Daniele Chiarelli, Franchino Stefanizzi e Pasquale Rosafio, che verranno immediatamente fermati.
I tre arrestati in via Belli, compreso il ferito, vengono selvaggiamente picchiati dagli agenti dopo essere stati fermati e mentre venivano portati ai cellulari (Stefanizzi e Rosafio) e all’ambulanza (Chiarelli).
Intanto il troncone C percorre per intero via Umberto I per raggiungere la Chiesa Greca. Alcuni testimoni diranno poi che una macchina della polizia, con un solo agente a bordo, sarebbe giunta alle spalle del gruppo. L’agente, un tipo con i baffi, avrebbe fatto fuoco al riparo dell’auto messa di traverso sulla strada. Il gruppo continua la fuga e, giunge là dove via Umberto I incrocia via Idomeneo. A questo punto, nell’attraversamento dello specchio di via Idomeneo, viene colpito Salvatore Cappilli, che ferito all’altezza dello stomaco, continuerà a correre e verrà soccorso da alcuni compagni. Cappilli si presenterà dopo, spontaneamente, alle 13,30, in ospedale per farsi estrarre la pallottola rimasta sotto pelle e lì verrà fermato.
I due giovani fermati in via Belli vengono portati, percorrendo a ritroso via della Sinagoga, ai cellulari nello spiazzo antistante l’hotel Patria. Qui viene effettuato il fermo di Donatella Angelozzi e di Dolores Carratta, che hanno il solo torto di essere state riconosciute come «militanti femministe» dal capo della squadra politica dott. Lacquaniti.
Altri militari intanto sono giunti nella zona. A mezzogiorno, accompagnato dagli uomini del reparto celere di P.S. del Battaglione mobile dei carabinieri e da unità del Comando Gruppo Guardie di P.S., il dott. Francesco Placì, commissario capo di P.S., procedeva allo sgombero del centro sociale «W. Rossi». Contemporaneamente in tutta la zona della Chiesa Greca si estende una fitta rete di controlli. Proprio nella piazzetta antistante alla Chiesa vengono fermati Angelo Bagordo e il presidente del «W. Rossi» Lino Marra.
In questa stessa circostanza (diverso tempo dopo gli incidenti) viene effettuato l’ultimo fermo della giornata: quello del fotografo Valentino Mocavero che, del tutto estraneo ai fatti, viene fermato perchè visto scattare delle foto che possono documentare lo svolgimento di alcuni fatti e in particolare quello dallo sgombero del Centro Sociale.
Il 21 novembre ’77, il Pubblico Ministero concede il beneficio della libertà provvisoria a Donatella Angelozzi, Addolorata Carratta e a Salvatore Cappilli, che però verrà successivamente arrestato.
Oltre ai fermati il giorno degli incidenti, vengono denunciati a piede libero Tito Tonietti, Peppino Borrescio e Gianfranco Lagalante.
Questi i capi di imputazione con cui il giudice istruttore Paone rinvia a giudizio i 12 giovani di sinistra: Chiarelli, Stefanizzi, Rosafio, Cappilli, Marra, Bagordo, Tonietti, Borrescio, Lagalante, Mocavero, Carratta, Angelozzi:
— della contravvenzione prevista e punita dagli articoli 110 - 655, commi 1° e 2° C.P., per avere, in concorso tra loro ed in numero superiore a 10, fatto parte di una radunata sediziosa, mostrandosi altresì armati.
— della contravvenzione prevista e punita dagli artt. 110 C. P. - 18 Testo Unico leggi di P. S., per avere, in concorso tra loro e con altri non identificati, preso parte ad un corteo, non autorizzato.
— della contravvenzione prevista e punita dagli artt. 110 - 654 C. P., per avere, in concorso tra loro e con altri non identificati, emesso grida sediziose scandendo slogans contro il governo e contro le Forze di Polizia.
— della contravvenzione prevista e punita dagli artt. 110 C. P. - 5 legge 22 maggio 1975, n. 152, modificato dall’art. 2 legge 8 agosto 1977, n. 333, per avere, in concorso tra loro, preso parte ad una manifestazione in luogo pubblico con il volto coperto da passamontagna e fazzoletti.
— della contravvenzione prevista e punita dagli artt. 110 C.P. – 4 commi 1-2 e 5 legge 18 aprile 1975, n. 110, per avere, in concorso tra loro, portato in una pubblica riunione bulloni, sassi ed altri oggetti chiaramente utilizzabili per l’offesa personale.
Per i soli Chiarelli, Stefanazzi, Rosafio e Cappilli, ci sono le seguenti altre imputazioni:
— del reato previsto e punito dagli artt. 81 – 110 C. P. e 9 - 10 - 12 legge 14 ottobre 1974, n. 497, per avere in concorso tra loro e con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, illegalmente fabbricato, detenuto e portato in luogo pubblico materiale esplodente (bottiglie incendiarie).
— del delitto previsto e punito dagli artt. 110 - 337 C. P. per avere, in concorso tra loro, usato violenza nei confronti degli agenti di Pubblica sicurezza Carbone Vincenzo, Romano Angelo, Battisti Vincenzo e Pasquino Benito con i quali ingaggiavano una colluttazione per impedire a costoro di procedere al loro arresto.
Per il solo Stefanazzi:
— del delitto previsto e punito dagli artt. 582 61 n. 10 C.P., per aver colpito con una grossa chiave inglese la Guardia di P.S. Carbone Vincenzo, cagionandogli lesioni personali volontarie guarite entro il decimo giorno, con l’aggravante di aver commesso il fatto contro un pubblico ufficiale.
Per i soli Marra e Bagordo:
— del reato previsto e punito dagli artt. 81 - 110 C.P. e 9 e 10 legge 14 ottobre 1974, n. 497, per avere, in concorso tra loro e con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, fabbricato e detenuto illegalmente numero quattro bottiglie incendiarie.