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Il Governatore/15

15. Il partito di Raffaele Fitto

di LINO DE MATTEIS


Ottobre 2004

Dalla diaspora democristiana all’approdo a Forza Italia. Anche per Raffaele Fitto, dopo la dissoluzione della vecchia Dc, la scelta del partito politico cui aderire è stata travagliata: prima nella Dc, in particolare nella corrente di sinistra di Forze Nuove, poi nel Partito popolare, dal quale uscì insieme al Cdu di Rocco Buttiglione, poi ancora nel suo Cdl e, infine, in Forza Italia. Una costante ha accompagnato questi suoi itinerari politici: Fitto è passato da un gruppo all’altro, portandosi dietro sempre un nutrito gruppo di fedelissimi e una consistente dote personale di consensi elettorali. Intorno a lui e con lui, fin dall’inizio, si è sempre mossa una potente lobby politica, composta da una schiera, sempre più fitta, di consiglieri comunali e provinciali, sindaci, consiglieri regionali, deputati e senatori, che erano vincolati al “partito di Fitto” e si spostavano con il leader da un gruppo ad un altro, in base alle sue scelte. In alcuni passaggi elettorali, quando Fitto, per situazioni contingenti, non aveva ancora la disponibilità del suo partito con una sua lista, aveva piazzato il maggior numero di suoi uomini in liste di altri partiti, con cui, via via, stringeva alleanze elettorali, salvo disfarle subito dopo. Avvenne, per esempio, con il Ccd di Casini, nelle comunali per il rinnovo del consiglio comunale di Lecce del maggio 1998: un’alleanza elettorale durata appena un anno, perché, poi, nelle provinciali del maggio 1999, Fitto si presentò a Lecce con il suo Cdl, “divorziando” dal Ccd in consiglio comunale, dove formò un suo gruppo.

La “lobby Fitto”, dunque, si costituì in partito politico vero e proprio con la creazione del Cdl, Cristiani democratici per le libertà, che tuttavia non ebbe il tempo di decollare come forza politica regionale capillarmente diffusa su tutto il territorio, con sedi e organismo eletti dalla base in tutti i comuni. Come partito regionale, fu più virtuale che reale, non avendo mai potuto verificare la sua reale consistenza politica ed elettorale sull’intero territorio pugliese: nelle regionali del 1990 Fitto, infatti, si era presentato con la Dc, in quelle del 1995 con il Cdu e, nel 2000, con Forza Italia. Il partito di Fitto nacque nelle istituzioni, in seguito alla rottura con il Cdu di Buttiglione nel 1998, con la costituzione in Consiglio regionale (come pure in alcune assemblee elettive di altri enti locali) del gruppo consiliare del Cdl. Il partito di Fitto navigava a vista, scegliendo, volta per volta rotta e alleanze.

Il partito di Fitto aveva una sua reale consistenza elettorale, ma, non avendola mai potuta verificare a livello regionale, era difficile stabilirne il peso esatto nelle liste composte insieme ad altri partiti. La grande abilità di Fitto è stata quella di minacciare sempre di correre da solo per ottenere il massimo di sue candidature nelle liste comuni presentate con i simboli degli alleati. Quando entrò in Forza Italia, più che “confluire” sarebbe giusto dire che Fitto “occupò” in Puglia il partito del Cavaliere. Con Fitto non si muoveva solo la sua lobby politica, ma, anche, tutta una galassia di imprenditori, di affaristi, professionisti, manager di aziende pubbliche, che drenavano grossi consensi elettorali in tutta la Puglia e, nel Salento, in particolare.

Fino alla morte del padre, Raffaele Fitto a tutto sembrava destinato meno che alla politica. “Era un giovane rampollo di una famiglia benestante, era appassionato di calcio, era un ragazzo che si divertiva, con qualche notte brava, nel senso buono della parola, tirava a fare tardi la sera con gli amici, era scanzonato: niente insomma lasciava pensare che si potesse occupare di politica”, racconta Rino De Filippi, politologo e profondo conoscitore della Dc salentina, di cui è stato segretario provinciale, all’epoca d’oro del padre di Raffaele, don Totò Fitto. “Un segnale lo si ebbe però subito – continua De Filippi – e io ero tra i testimoni di questo fatto, quando con la bara del padre in piazza, di fronte al municipio, si svolse la parte civile della cerimonia funebre con i discorsi. Dopo quello ufficiale, che non ricordo da chi fu pronunciato, si presentò l’opportunità che qualcuno della famiglia prendesse la parola e, a parte la vedova, che non era proprio il caso, c’erano i tre figli, Felice, Carmela, e lui, Raffaele, che era il più piccolo dei maschi. Raffaele ebbe il coraggio di parlare, e parlò con voce abbastanza ferma, anche se accorata, dando già l’idea che ci fosse una certa stoffa. In quel momento dette un segnale, anche inconsciamente, penso, di una sua capacità, di una sua disponibilità. Non è facile in quelle circostanze affrontare una piazza gremita da parte di un ragazzo, che fino a quel momento non aveva avuto nessuna esperienza di carattere politico”.

Rino De Filippi aveva conosciuto bene sia il padre che il figlio. E con quest’ultimo, ai suoi albori dell’impegno politico, dopo la morte del genitore, collaborò anche per un anno e mezzo, fino a quando le loro strade si separarono per le scelte politiche fatte da Raffaele Fitto, e non condivise da De Filippi. Ma il suo giudizio storico sul “ragazzo di Maglie” resta equilibrato. “Fitto è un talento naturale – racconta De Filippi – come quando dici ad un ragazzino che a dieci anni palleggia come se fosse un Maradona. Raffaele ha un talento naturale per la politica, anche se magari per quella politica intesa nell’accezione comune del termine, come capacità manovriera di collocarsi, di cercare il consenso, di gestire il potere. Anche se, come sempre nella vita, ci sono le circostanze fortuite che ti possono aiutare: per cui un ragazzino che palleggia divinamente, se aiutato dalle circostanze, può diventare Maradona, un altro può rimanere a fare il ragioniere. E lui, oltre ad avere avuto la circostanza della morte del padre, successivamente ne ha avuta un’altra, sempre di carattere luttuoso: la morte di Pinuccio Tatarella. Quando Raffaele, infatti, ha cominciato ad essere qualcuno a livello regionale, aveva la via sbarrata della leadership di Tatarella, leader incontrastato di Alleanza nazionale e del Polo in Puglia. Anche in questo caso, la morte del tutto inattesa e imprevista di Tatarella gli ha spianato la strada”.

Una strada quasi obbligata verso la politica. “Alla morte del padre, si pose il problema della successione – continua De Filippi – una volta viste troncate le aspettative del marito, la vedova, signora Leda Dragonetti, avrà pensato come utilizzare tutta una rete di amicizie e di consensi che aveva il marito. Allora si pensava, addirittura, che potesse essere lei stessa a candidarsi. Poi invece, più opportunamente, la scelta cadde sul figlio Raffaele, che nel 1990, alle prime elezioni regionali utili, si candidò ottenendo un lusinghiero successo”. Ma ci furono anche molte voci sugli “amici” e sui “nemici” o “falsi amici” del padre, che cercarono di mettere le mani su quel patrimonio elettorale. “Allora circolava una battuta – racconta De Filippi – quella di Fitto-padre, Fitto-figlio, Fitto-Spirito Santo, nel senso che quel primo successo di Raffaele fosse frutto di Fitto-padre, cioè dell’onda emotiva che era seguita a quella sua morte così tragica, repentina, improvvisa, di Fitto-figlio, perché lui, indubbiamente, appena designato a succedere al padre ha cominciato a darsi da fare, a girare, a cercare i contatti, e di Fitto-Spirito Santo, nel senso che si parlava, si vociferava di un Comitato che, insieme con la madre, era poi il vero orchestratore della campagna elettorale del giovane Fitto. Il comitato era quello che teneva i rapporti con la base, che suggeriva le mosse da fare, i contatti da tenere, che magari andava anche in giro, perché poi allora l’elettorato democristiano era un elettorato particolare, fatto anche di molti esponenti del mondo cattolico”.

Un comitato che non aveva nulla di carbonaro e di cui si diceva facessero parte anche personalità come l’avvocato Ernesto Sticchi Damiani, il rettore dell’università salentina Donato Valli, Michele Pontrelli, uno dei più fidati collaboratori del padre in via Capruzzi, altri collaboratori del padre, come Mario De Donatis, Luigi Ferrara Mirenzi (candidato nel 1995 alla presidenza della Regione per il centrosinistra), Vincenzo Serini. “Pontrelli era il capo di gabinetto di Fitto-padre alla Regione – ricorda De Filippi – ma Totò Fitto aveva qui a Lecce un punto di forza, che poi divenne anche il punto di forza di Raffaele Fitto: Antonio Perrone, un giovane che aveva fatto un lungo tirocinio con Giacinto Urso. Oggi si chiamano portaborse, ma Antonio Perrone era tutt’altro che portaborse. Poi è morto giovanissimo, poverino, per un aneurisma, ma era lui che riusciva a fare da filtro, evitando che, prima Fitto-padre e poi Fitto-figlio, venissero oberati troppo dai postulanti. Lui filtrava, raccoglieva le richieste, si faceva portavoce, ma faceva anche da coagulo, teneva i rapporti con la base, smussava eventuali angolosità, eventuali dissidi che si erano determinati”. Un altro dei collaboratori del padre, Mario De Donatis, responsabile regionale dell’Opus Dei, sarà poi designato dal figlio, diventato governatore, come suo capo di gabinetto.

L’improvvisa necessità di scendere nell’arena politica, non ha dato il tempo a Raffaele Fitto di fare la gavetta, come l’aveva fatta il padre, di formarsi una solida cultura e preparazione politica. “Non so se Raffaele Fitto fosse già iscritto al movimento giovanile della Dc – racconta De Filippi – può darsi anche che il padre lo avesse iscritto, perché allora l’età minima per iscriversi alla Dc era 18 anni, e lui li aveva appena compiuti l’anno prima che morisse il padre. Fitto-figlio, comunque, non aveva mai fatto vita di partito. Ha cominciato ad essere presente nelle sezioni soltanto dopo la morte del padre. Prima, anche se era iscritto, era un numero, una tessera. Oggi si può dire che Fitto ha abilità politica, capacità manovriera, anche buon intuito, ma se vogliamo parlare del politico come si intendeva una volta, cioè di uno che faceva l’esperienza di base, la gavetta, no, lui su questo è proprio carente, come è carente di una vera preparazione ideale. Non so se lui abbia mai letto i testi sacri della politica. Quando lo senti parlare, ti accorgi che gli manca un substrato anche culturale, oltre che politico, lui è soltanto pragmatico”. “Una volta eletto consigliere regionale, nel primo quinquennio di legislatura – continua De Filippi – non è stato quasi nessuno a livello regionale. Anche se faceva parte di qualche commissione, però non aveva ruoli di rilievo. Si diceva che avesse questa specie di nume tutelare, Michele Pontrelli, che lo guidava nei meandri di via Capruzzi, gli dava suggerimenti, gli creava gli opportuni contatti, gli insegnava i segreti del Palazzo. Pontrelli gli ha presentato gli uomini giusti dell’apparato, quelli che potevano servirgli, e Raffaele Fitto ha dimostrato di avere capacità di farne tesoro”.

Quando morì il padre, la Dc era ancora il primo partito in Italia, in Puglia e nel Salento. Per Raffaele Fitto era, quindi, naturale aderire a quel partito, che era anche il partito del padre, e cercare di trovare lì una sua collocazione. Cosa che fece con abilità, dimostrando già da quei primi passi di sapersi muovere con grande senso dell’opportunismo. Dimostrò presto di saper giocare in proprio le sue partite politiche, in prima persona, come conviene ad un vero leader. “Quando ha cominciato a muoversi in politica – racconta Rino De Filippi – ha dimostrato subito di avere una certa abilità. Lo si vide già nel 1991, per esempio, quando ci fu il congresso provinciale salentino della Dc. Il congresso era egemonizzato allora da Pino Leccisi, che portò un suo uomo alla segreteria, Gianfranco Manco. Leccisi cercava di avere intorno a Manco l’unanimità dei consensi, riuscendo ad avere nel suo listone unitario anche la sinistra democristiana, quella demitiana, che allora faceva capo a Tonio Tondo”.

L’unico che, in quel congresso provinciale che si svolse a Lecce, nell’aula magna del Centro polivalente dei salesiani, si differenziò e rimase fuori dal listone di Leccisi, creando una lista per conto proprio, fu Raffaele Fitto, allora già consigliere regionale. Fitto mantenne, così, una sua autonomia e, da quella posizione, osservò cosa accadeva, cercando lo spazio per inserirsi nel momento giusto. Dopo che, di fatto, Leccisi abbandonò la corrente di Forze nuove, Fitto capì che nello schieramento interno alla Dc salentina era rimasto libero quel posto e aderì subito a Forze nuove. “Quando Leccisi si presentò al congresso provinciale – ricorda De Filippi – era già, praticamente, con Antonio Gava, e il posto di Forze nuove rimaneva libero. Fitto fece una sua lista personale, ma poi, per avere anche un aggancio romano, un aggancio nazionale a questa sua collocazione autonoma, aderì a Forze nuove”. Insomma, fin da quel primo congresso provinciale, Raffaele Fitto cominciava a costruirsi quel suo “partito personale”, che si muoverà insieme a lui e crescerà, spostandosi da una corrente ad un’altra, da un partito ad un altro.

“A quel punto – ricorda De Filippi – Raffaele Fitto mi chiese la collaborazione. Ed io, poiché Forze nuove era la mia corrente originaria, provenendo dal sindacalismo e dall’impegno sociale, gliela diedi”. La collaborazione tra De Filippi e Fitto si concretizzò nell’elaborazione di un giornaletto di partito, Press, una testata già del padre di Fitto, che usava come bollettino per propagandare e mandare in giro le sue iniziative e i suoi discorsi importanti. “Con Fitto-padre Press era una specie di agenzia – ricorda ancora De Filippi – con Fitto-figlio e la mia direzione politica, la testata diventò un organo di critica, di stimolo e di dibattito”.

All’inizio degli anni Novanta, la Dc cominciava a sfaldarsi, per effetto di un nuovo quadro politico internazionale, dell’inchiesta milanese su Tangentopoli e del nuovo sistema elettorale maggioritario che andava delineandosi in Italia. La Dc, per sopravvivere, cambiò nome, ma poi inevitabilmente si frantumò in più partiti, che, per il sistema elettorale maggioritario, si allearono col centrosinistra o col centrodestra. Orfano della grande “balena bianca”, anche per il giovane Fitto si imposero scelte difficili.

La crisi profonda nella Dc covava da qualche tempo, e iniziò ad evidenziarsi dopo la caduta del muro di Berlino, nel 1989, proprio quando Fitto, dopo la morte del padre, cominciava ad occuparsi di politica. La fine del “socialismo reale” nei paesi dell’Est, rendeva ormai inutile l’impegno e la pratica anticomunista, che fino ad allora aveva cementato l’unità dei democristiani. Senza più il “nemico da combattere” e con un’intera classe dirigente coinvolta nello scandalo di Tangentopoli, la “balena bianca”, dopo aver governato per mezzo secolo, cominciò ad avvertire l’esigenza di profondi cambiamenti. Il 19 gennaio del 1994, la vecchia Dc, guidata da Mino Martinazzoli, decideva di seppellire quel nome troppo compromesso dagli scandali e logorato da una lunga gestione del potere: la Dc ritornava alle origini, riprendendo il nome di Partito popolare, e assumendosi l’impegno di recuperare i valori propri del popolarismo sturziano. Esattamente 75 anni prima, il 19 gennaio 1919, il giovane sacerdote siciliano di Caltagirone, don Luigi Sturzo, aveva fondato il Partito popolare, sugli ideali di “giustizia e libertà”, portando avanti una convinta battaglia contro il fascismo.

Il 30 luglio 1994, il primo congresso nazionale del nuovo Partito popolare italiano eleggeva segretario politico il filosofo gallipolino Rocco Buttiglione. Raffaele Fitto venne designato coordinatore regionale del neonato partito e, nel luglio del 1994, si dimise dall’incarico di assessore regionale al Turismo per dedicarsi completamente alla costruzione di quella forza politica in Puglia. Naturalmente, sulla scia della tradizione sturziana, il nuovo Partito popolare, pur restando un partito moderato e di centro, guardava verso il centrosinistra.

Non tutte le componenti ex democristiane accettarono, però, di collocarsi nel centrosinistra e, a questo punto, iniziò la diaspora. Mentre la Dc si scioglieva per dar vita al Partito popolare, il giorno prima dello scioglimento, il 18 gennaio 1994, un gruppo di fuoriusciti democristiani, guidati da Pierferdinando Casini, si erano riuniti all’albergo Minerva di Roma per dar vita ad un nuovo movimento, il Centro cristiano democratico. I promotori del Ccd sapevano che, nel nascente Partito popolare, non avrebbero trovato politicamente spazio e, con quella loro scelta, vollero ribadire “l’esigenza di riprendere il cammino che era quello del disegno degasperiano, e cioè di aggregare forze omogenee per un progetto politico che si ponesse in alternativa alla prospettiva di un governo delle sinistre”. Il Ccd di Casini faceva, così, la scelta di allearsi con Forza Italia, il nuovo partito-azienda fondato da Silvio Berlusconi.

Nonostante l’amicizia che legava Pierferdinando Casini alla famiglia dei Fitto, Raffaele rimase nel Partito popolare, non scelse di seguirlo in quella che, sul momento, sembrava un’avventura. Fitto preferì restare nell’alveo naturale dell’evoluzione della vecchia Dc, che si stava trasformando in Partito popolare, guidato, per altro, dal conterraneo Buttiglione. Nell’estate del 1994, anche la Dc pugliese diventava Partito popolare e al giovane leader magliese, Raffaele Fitto, Rocco Buttiglione affidava l’incarico di guidare il partito a livello regionale, in attesa dei congressi per l’elezione del segretario pugliese. Una scelta quasi obbligata, poiché Fitto era molto giovane e, quindi, non compromesso con la vecchia gestione del potere democristiano in Puglia. Una scelta che a Buttiglione era stata dettata dalla necessità di dare un segno tangibile di rottura con il passato, e la “faccia pulita” di Fitto si prestava bene a questo scopo.

Le tensioni attraversarono, però, anche il nuovo Partito popolare, che, avendo scelto di ricollegarsi alla tradizione sturziana, guardava con attenzione a sinistra, dove era in atto la mutazione genetica del vecchio Pci, prima in Partito democratico della sinistra e poi in Democratici di sinistra. La scelta, quindi, di allearsi con l’Ulivo di Romano Prodi e Massimo D’Alema, più che con il Polo delle libertà di Berlusconi e Fini, era nelle cose. Forzando, però, l’orientamento prevalente nel partito, il segretario Rocco Buttiglione spingeva, invece, perché il Partito popolare si spostasse a destra, e si alleasse con Forza Italia.

Buttiglione fu messo in minoranza. E nel marzo del 1995, dopo un accesissimo consiglio nazionale del partito, la maggioranza dei consiglieri nazionali, in aperto dissenso con il segretario politico, elesse un nuovo segretario, Gerardo Bianco. La dolorosa scissione si consumò tra Tribunali e carte bollate, concludendosi con la costituzione di due partiti: il Partito popolare italiano, con segretario Gerardo Bianco, ed il partito dei Cristiano-democratici uniti, il Cdu, con Rocco Buttiglione segretario. Gli accordi firmati a Cannes dai segretari dei due partiti, davanti al presidente del Partito popolare europeo, Martens, stabilivano che al partito di Bianco fosse consentito l’utilizzo del nome “Partito popolare” e a quello di Buttiglione andava, invece, il simbolo dello “scudocrociato”. Il 23 luglio 1995 nasceva ufficialmente il partito dei Cristiano-democratici uniti.

Anche Raffaele Fitto, sotto la pressione degli eventi, fu di nuovo costretto a scegliere da quale parte stare. E’ a questo punto che il “ragazzo di Maglie” fece la scelta di non stare con il centrosinistra. Seguì Buttiglione, che, pur ribadendo che il Cdu era un partito di centro, di fatto si alleò con il centrodestra di Berlusconi, Fini e Casini. La proposta politica e culturale del Cdu appariva un po’ confusa e ambigua, poiché prevedeva “la costituzione di un grande centro in un sistema bipolare, alternativo alla sinistra e alleato con la destra democratica, evitando qualsiasi rischio di appiattimento a destra (non condiviso dall’elettorato moderato) ma anzi con l’obiettivo di guidare verso il centro l’evoluzione della destra. Avere questo obiettivo significa recuperare il progetto politico di De Gasperi laddove esso è stato interrotto: un centro schierato in un sistema bipolare”. Un contorsionismo politico di alto livello, in perfetto stile democristiano, anche se il filosofo gallipolino teneva a precisare che “questo non significa voler rifare la vecchia Dc del centro immobile, dei compromessi, del consociativismo e della mera gestione del potere, bensì la Dc con una nuova classe dirigente, che intende rilanciare i valori difesi dallo scudocrociato”.

Ad affiancarlo alla guida del suo partito, Rocco Buttiglione chiamò il giovane corregionale Raffaele Fitto, che, nel luglio del 1997, quando si celebrò il primo congresso nazionale del Cdu, venne eletto vice segretario nazionale. Nella diaspora democristiana, tra le schegge impazzite delle vecchia Dc, l’erede di Totò Fitto scelse, quindi, di allearsi con la destra italiana. Ma non finirono lì le sue traversie all’interno dell’area moderata del Polo delle libertà. Pur avendo aderito al Cdu, Raffaele Fitto mantenne buoni rapporti anche con il Ccd di Pierferdinando Casini, a cui aveva dato il suo appoggio nelle elezioni politiche del 1996. Al futuro presidente della Camera Fitto offrì, infatti, il collegio sicuro di Maglie. Casini, che si presentò nello schieramento del Polo delle libertà, avendo come liste collegate Ccd e Cdu, prese 39.858 preferenze, il 53,7% dei voti, la maggior parte dei quali attinti dall’elettorato di Fitto.

Raffaele Fitto aveva capito quanto fosse importante controllare politicamente la provincia di Lecce, come serbatoio sicuro di voti. Per fare questo non doveva avere rivali, e tutte le sue scelte furono dettate dalla necessità di neutralizzare i suoi potenziali concorrenti, come il consigliere regionale leccese Tonio Tondo, ex giovane della sinistra democristiana confluito poi nel Partito popolare. Fitto cercava nuovi spazi e privilegiava i gruppi politici in cui non avesse concorrenti e dove potesse primeggiare in modo incontrastato. “Credo che Fitto – racconta Rino De Filippi – nella sua strategia politica, avesse capito subito che, lasciando perdere i vecchi notabili che ormai erano sul viale del tramonto, i Leccisi, i Quarta, ecc., il suo antagonista vero era, o sarebbe diventato, un altro giovane, cioè Tonio Tondo. Lo si vide chiaramente già dal congresso provinciale della Dc del 1991: poiché Tonio Tondo si era schierato con Leccisi, lui rimase fuori dal listone, presentando la sua lista. E, successivamente, quando è iniziata la diaspora democristiana, praticamente lui si è mosso in funzione esattamente opposta a quella in cui si muoveva Tonio Tondo”. Seguendo la sua idealità politica, la sua tradizione, la sua storia anche personale, Tondo scelse di restare a sinistra, nel Partito popolare, mentre Fitto andò a destra, nel Cdu di Buttiglione. “Fitto voleva il suo spazio – continua De Filippi – difficilmente si sarebbe schierato su una posizione sulla quale ci fosse stato anche Tonio Tondo, perché avrebbe significato avere due galli nel pollaio. Con la diaspora scelse Buttiglione ma poi, quando si rese conto che il filosofo di Gallipoli tendeva a soverchiare quelli che poi in realtà portavano i voti, lo lasciò. Buttiglione in sé, infatti, non contava niente, la sua vera forza elettorale erano Formigoni, in Lombardia, e Fitto, in Puglia, che gli consentivano di avere una certa percentuale di presenza politica in Italia e in Parlamento. Quando Fitto si rese conto che, appunto, era soltanto un donatore di sangue, si mise in proprio e fondò il suo partito, il Cdl. A questo punto, si pose in posizione di attesa, per vedere come evolveva la situazione politica”.

Dalla vecchia Dc si erano già formati tre partiti, il Partito popolare di Bianco, il Ccd di Casini e il Cdu di Buttiglione, ma neanche quelli bastarono per porre termine alla diaspora democristiana, che riservava ancora delle sorprese. Per gli ex democristiani, che avevano vissuto la politica degli equilibrismi e delle alchimie del sistema elettorale proporzionale, era difficile adattarsi al maggioritario, rinunciare al “centrismo dalle mille alleanze” e scegliere per forza da quale parte stare, come voleva il nuovo sistema elettorale maggioritario. Nel marzo del 1998, l’ex “picconatore” e capo dello Stato, Francesco Cossiga, coinvolgendo il Cdu di Rocco Buttiglione e spaccando il Ccd di Pierferdinando Casini, fondò l’Udr, l’Unione democratica per la repubblica. Con una nutrita pattuglia di parlamentari, il presidente del Ccd, Clemente Mastella, aveva seguito Cossiga nel suo progetto, per la verità un po’ ambiguo, di dare vita ad una forza di centro, ma senza precisare con quale dei due schieramenti, di centrodestra o di centrosinistra, si sarebbe alleata. Cossiga tentava, insomma, di far rinascere la vecchia Dc, chiamando a raccolta gli ex democristiani e puntando sul “grande centro”.

La rottura si era consumata già domenica 15 febbraio 1998, nella riunione convocata da Francesco Cossiga per gettare le basi del suo nuovo movimento. Oltre a Buttiglione, Mastella ed altri, a quell’incontro si era presentato, come aveva promesso, anche il segretario del Ccd, Pierferdinando Casini, ma per porre delle precise condizioni all’eventuale adesione del suo partito. Casini avrebbe aderito solo se il nuovo schieramento fosse stato inteso come un “allargamento del Polo di centrodestra”. Ma Cossiga oppose un categorico no, ritenendo indispensabile, per l’adesione al suo partito, il “superamento del Polo”. Fu così che le strade degli ex democristiani si divisero di nuovo. “Mai ci è passato per l’anticamera del cervello”, commentò Casini, “che questa operazione potesse coincidere con l’uscita dal Polo e la creazione di un altro Polo, anche se, come ha precisato Cossiga, non è contrapposto a Forza Italia e ad An”.

A Raffaele Fitto si presentava davanti un’altra difficile scelta. Che cosa avrebbe fatto? Da quale parte sarebbe stato? Avrebbe seguito il suo segretario, Rocco Buttiglione, del quale era vice nel Cdu, per gettarsi nell’avventura di Cossiga? Sarebbe passato nel Ccd, al fianco del suo amico Casini? Sarebbe andato col Cavaliere in Forza Italia? Per qualche tempo furono questi gli interrogativi che circolarono in via Capruzzi, era il tema all’ordine del giorno, nei corridoi e nelle stanze della Regione Puglia, che più appassionava i consiglieri regionali, perché, in base alle sue scelte, sarebbe cambiata la geografia politica della maggioranza consiliare. Tutti lo cercavano, per sapere dalla sua viva voce la risposta. Fitto, però, che era anche capogruppo del Cdu, non si fece neanche vedere al consiglio regionale del 17 febbraio 1998. A qualche giornalista, che riuscì ad intercettarlo e a porgli la domanda che si ponevano tutti, Fitto rispondeva laconicamente: “Io con Forza Italia? E’ stato detto questo? Mah, ciò che avevo da dire l’ho scritto in un comunicato stampa”.

In tredici righe consegnate alla stampa, sottoscritte anche dall’altro vicesegretario nazionale del Cdu, Paolo Bartolozzi, Fitto esprimeva tutte le sue perplessità sul progetto dell’Udr e chiedeva che la decisione fosse ponderata meglio. Prendeva tempo, insomma. “In merito all’adesione del Cdu all’Udr – faceva sapere – i vicesegretari nazionali del Cdu Raffaele Fitto e Paolo Bartolozzi dichiarano che la scelta effettuata meriterebbe un ulteriore approfondimento per un duplice ordine di ragioni. Occorrerebbe, infatti, prima ancora di ogni altra iniziativa, valutare l’assetto organizzativo che il nuovo organismo intende darsi e soprattutto accertare la chiara e marcata scelta politica di collocarsi in posizione alternativa allo schieramento della sinistra. La nascita di un nuovo organismo non può prescindere dalla previsione della sua organizzazione ed articolazione sul territorio: d’altro canto il Cdu ha costruito, insieme ad altre forze, alle ultime elezioni politiche, il centro cattolico-moderato, sulla cui riaggregazione si è a lungo lavorato soprattutto negli ultimi tempi”. La nota per la stampa era scritta su carta intestata del Cdu, piazza del Gesù, 46 Roma.

Quella di Fitto, anche se ancora non ufficializzata, era una vera a propria sconfessione dell’operato di Buttiglione, ma, definendo la sua un’iniziativa bisognosa di “ulteriore approfondimento”, intendeva prendere tempo, in attesa di verificare il suo seguito in Puglia tra gli esponenti del Cdu. La storia, dopo quasi quattro anni, si stava ripetendo, con Rocco Buttiglione che, questa volta, assisteva alla scissione nel suo Cdu, così come lui stesso aveva fatto con il Partito popolare. Ma, in quel comunicato, Fitto, pur prendendo chiaramente le distanze dal suo segretario e pur ribadendo la sua scelta politica “alternativa alla sinistra”, lasciava aperto l’interrogativo dell’eventuale porto cui sarebbe approdato. Con Buttiglione non era d’accordo neanche il presidente del Cdu, Roberto Formigoni, che, in quelle ore, ribadiva la fedeltà al Polo delle libertà. E così, mentre Buttiglione tirava dritto verso l’Udr di Cossiga, Fitto e Formigoni frenavano.

“Non ho dichiarazioni da fare”, era la risposta telegrafica che Raffaele Fitto continuava a dare ai giornalisti, nei giorni successivi allo “strappo” di Buttiglione. Fitto, evidentemente, non era pronto per aderire all’Udr e, anzi, sembrava proprio non gradire molto quella prospettiva. Frenava, voleva vederci chiaro, voleva capire come si sarebbe strutturato il nuovo soggetto politico dell’ex presidente della Repubblica. L’interrogativo che si poneva Fitto riguardava la collocazione dell’Udr: contro l’Ulivo o con il governo dell’Ulivo? C’era chi giurava che, nella risposta a questa domanda, ci fosse il destino del Cdu pugliese, che qui si identificava col “ragazzo di Maglie”. Nel frattempo, si era saldato l’asse Fitto-Casini ed era stato sottoscritto pure il patto per sostenere la candidatura dell’onorevole Adriana Poli Bortone a sindaco della città di Lecce. Sganciarsi dal Polo, insomma, sarebbe stato per Fitto molto imbarazzante. Tra gli interrogativi che si poneva, ce n’era uno a cui teneva molto e che lo rendeva ancora di più restio a seguire Buttiglione. Dopo aver costruito in Puglia il Cdu, che valeva un buon 12%, guadagnandosi una indiscussa posizione di leader, Fitto si chiedeva con chi avrebbe avuto a che fare nel nuovo partito, chi sarebbero stati i seguaci di Cossiga nella sua regione? Non era disposto ad essere secondo a nessuno, tanto meno a qualcuno dei vecchi notabili democristiani pugliesi, che, attraverso l’Udr, pensava di poter risuscitare dalle ceneri della prima Repubblica.

L’incertezza durò qualche settimana. Giusto il tempo perché il progetto dell’Udr di Cossiga franasse clamorosamente. L’insofferenza caratteriale e senile dell’ex picconatore entrò presto in collisione con gli appetiti di potere di Clemente Mastella e Rocco Buttiglione, che volevano, entrambi, un ruolo di rilievo nel nuovo partito. L’impossibilità di sfamare quegli appetiti, e di trovare una soluzione organica nella struttura direzionale del partito, portò, i primi di marzo del 1998, Francesco Cossiga a tirarsi indietro. Per l’ex capo dello Stato il progetto politico, che era alla base dell’Udr, restava valido, anche senza esserne il leader. In un estremo tentativo di coerenza e tenacia, nonostante il fallimento dell’Unione democratica per la Repubblica, Francesco Cossiga difendeva il suo progetto di far nascere in Italia un movimento liberaldemocratico al centro, anche se poi, con grande sincerità, spiegava che “dopo il flop politico, non potrò più essere io il leader”. In attesa che maturassero le condizioni politiche, Cossiga annunciava che l’iniziale idea di dar vita ad un vero e proprio gruppo politico, presente alle Camere, si trasformava in una struttura politica organizzata sul territorio, con circoli e club. “Non mi sono dato una picconata sui piedi – commentava Cossiga con una certa dose di ironia – più semplicemente ho rinunciato allo strumento parlamentare, ma il progetto politico resta valido”.

Dal fallimento dell’Udr cossighiano, che aveva nuovamente rimestato le acque nel mare centrista del Polo per le libertà, stavano intanto nascendo e prendendo forma nuovi raggruppamenti. L’ex presidente del Ccd, Clemente Mastella, uscito dal partito di Casini, annunciava la nascita di un partito tutto suo, il Cdr, il partito dei cristiano-democratici per la Repubblica. Nelle intenzioni di Mastella, il nuovo partito, che assommava una ventina di parlamentari, doveva essere il primo nucleo del vecchio progetto cossighiano, “in attesa che vengano superate le incomprensioni e si possa rimettere in cammino il progetto di un centro autonomo dalla destra e alternativo all’Ulivo”. Il piano di Mastella era considerato utopistico dai fedelissimi di Cossiga, che, nel frattempo, avevano dato vita ai “comitati per Cossiga”, primo embrione liberal-democratico alternativo alla sinistra.

Restava, poi, lo scontro all’interno del Cdu, dove, fallito il progetto cossighiano, incalzato dal presidente Roberto Formigoni e dai due vicesegretari Raffaele Fitto e Paolo Bartolozzi, Rocco Buttiglione stava cercando un riposizionamento più vicino al Polo. “E’ chiaro”, precisava Buttiglione, dopo il fallimento dell’Udr, “che l’alternativa alla sinistra non si fa senza Berlusconi e Fini, anche se da soli non bastano”. Non ancora convinti dalle ambiguità di Buttiglione, e in polemica con la sua “linea suicida”, i due vicesegretari, Fitto e Bartolozzi, si dimisero e chiesero un congresso straordinario per potersi contare.

Con una lettera al segretario Rocco Buttiglione, del 5 marzo 1998, i due vicesegretari del Cdu annunciarono ufficialmente le loro dimissioni dagli incarichi ricoperti. L’annuncio arrivava alla vigilia della riunione del consiglio nazionale del Cdu, convocato per il giorno seguente dal presidente del partito Formigoni. Era abbastanza facile ipotizzare che, in quella riunione, ci sarebbe stata una vera e propria resa dei conti, che si sarebbe potuta concludere anche con l’esautoramento di Rocco Buttigilione. I due vicesegretari esprimevano “profondo disagio” per le vicende di quei giorni e per una situazione del partito che “non può essere più tollerata”, di fronte alla “fine ingloriosa di un progetto politico sul quale si è consumata la credibilità del Cdu”. Fitto e Bartolozzi lamentavano il venir meno di un “serio rapporto di processo democratico” tra gli organi del partito e respingevano l’idea che il Cdu, dopo il fallimento dell’operazione Udr, potesse trovarsi “appiattito sulle posizione del Cdr di Clemente Mastella, senza che nessun organo lo avesse deciso”. “Una scelta come l’adesione all’Udr – affermavano ancora i due vicesegretari dimissionari – doveva essere maggiormente ponderata e confrontata con tutto il partito, stabilendo percorsi, garanzie politiche che confermassero la coerenza con gli impegni assunti nella contestuale validità di un progetto di rafforzamento del centro”. A quel punto ogni dirigente doveva assumersi le proprie responsabilità, affermavano Fitto e Bartolozzi, e rimproveravano a Buttiglione di aver “liquidato con un senso di fastidio o, peggio, facendo dire che questo o quello è passato al campo avversario”, il contributo, anche critico, degli altri dirigenti. “Vorremmo ricordarti”, concludevano i due vicesegretari nella lettera a Buttiglione, “che sono gli stessi argomenti che furono usati dai Popolari nei tuoi confronti quando facemmo la scelta del centrodestra. Con rammarico, ma con dignità politica e con serenità, ci vediamo perciò costretti a rassegnare le dimissioni da vicesegretari del partito”.

Per due soli voti, Rocco Buttiglione la spuntò su Formigoni, Fitto e Bartolozzi. Il consiglio nazionale del Cdu, che si svolse il 6 marzo 1998, in una riunione caratterizzata da momenti di tensione al limite dello scontro fisico, bocciò, per 66 voti contro 64, la mozione del presidente del partito Formigoni, che chiedeva la revoca della decisione di aderire all’Udr di Cossiga e di dare vita a gruppi parlamentari con il Cdr di Mastella. Nel suo intervento, Rocco Buttiglione aveva chiesto la fiducia per portare il partito al congresso, sede più idonea per discutere della linea politica ed, eventualmente, eleggere un nuovo segretario. Per Roberto Formigoni il risultato della votazione era la dimostrazione del “disagio profondo e largo” che esisteva nel Cdu. La battaglia tra i due schieramenti era stata molto aspra. Roberto Formigoni e Raffaele Fitto spararono a zero contro Buttiglione, accusandolo di aver voluto sciogliere il partito per farlo confluire nell’Udr, senza che ci fosse stato un voto dei vertici del Cdu. Buttiglione si difendeva, affermando che il Cdu sarebbe rimasto nel Polo, ma non per accettare una condizione di “vassallaggio” rispetto a Forza Italia e ad Alleanza nazionale.

Da delfino a rivale numero uno. Lo strappo di Raffaele Fitto con il filosofo Rocco Buttiglione si era consumato in pochi mesi. Tutto era avvenuto troppo in fretta e, soprattutto, a ridosso delle elezioni amministrative, che si sarebbero tenute il 24 maggio 1998. Alla vigilia della consultazione elettorale, quindi, per Fitto si poneva il grosso problema di come partecipare alle elezioni, con quale lista o partito far presentare i suoi uomini nei comuni pugliesi e, in particolare, a Lecce. Nel capoluogo salentino aveva, infatti, a cuore l’esigenza di rispettare il patto stretto con la candidata a sindaco, onorevole Adriana Poli Bortone, ex ministro dell’Agricoltura di An nel primo governo Berlusconi. Nonostante l’incalzare dei tempi, ad appena cinquanta giorni dalle amministrative, l’incognita di come Fitto avrebbe fatto candidare i suoi uomini non era ancora stata risolta. Lo scontro con Buttiglione sull’uso del simbolo del Cdu fu aspro. “Sul simbolo è in atto un chiarimento all’interno del partito”, disse Raffaele Fitto in un’intervista rilasciata a Roberto Guido e pubblicata sul Quotidiano di Lecce il primo aprile 1998. “Ma è certo che non accetteremo supinamente alcuna imposizione. Coerentemente ci dobbiamo collocare all’interno del centrodestra ed ecco perché sabato prossimo ci riuniremo al Metropolitan a Roma per confermare questa coerenza. L’atteggiamento dell’Udr e di Buttiglione, con cui sono totalmente in dissenso, è fuorviante. In ogni caso, simbolo o non simbolo, la lista per il comune di Lecce c’è ed è una lista dei cristiano-democratici del Polo, che lealmente lavoreranno per il candidato sindaco Adriana Poli Bortone. La specificità del Cdu pugliese, d’altronde, è l’unanimità sulle posizioni di critica a Buttiglione. E’ Buttiglione che si deve dimettere perché non controlla più il partito e non è scontato che il simbolo resti a lui”.

Lo scontro tra Fitto e Buttiglione si fece durissimo. Al giornalista che gli chiedeva se Fitto avrebbe potuto disporre del simbolo del Cdu alle amministrative, Buttiglione rispondeva sferzante: “Ma Fitto è ancora nel Cdu? Se è nel Cdu potrà prendere i contatti con gli organi competenti del partito e chiedere di utilizzare il simbolo secondo la prassi. Se lo farà, bene. Vuol dire che avrà capito finalmente qual è il disegno del Cdu. Ma Fitto perché vuole il simbolo? Lui non era quello che aveva proposto di sciogliere il Cdu e di congelare il simbolo per non farlo usare da nessuno? Forse adesso si è reso conto di quanto vale il nostro simbolo…”. Fitto, però, continuava a sostenere che l’intero Cdu pugliese era sulle sue posizioni. “Ogni persona ha una testa e un cervello per ragionare”, replicava Buttiglione, “gli atteggiamenti di chi pensa di avere in tasca il cervello e il voto della gente mi hanno sempre dato un po’ fastidio. Io ritengo che il Cdu pugliese voglia fare il Cdu, non avallare ambizioni personalistiche”.

Intanto, un nuovo movimento dei cristiano-democratici stava per nascere per iniziativa di Raffaele Fitto e di Roberto Formigoni, rispettivamente vicesegretario e presidente del Cdu, entrambi in rotta di collisione con il segretario Buttiglione. Sabato 4 aprile 1998 si svolse a Roma l’assemblea dei centristi, promossa da Fitto e Formigoni. Più che la nascita di un partito era l’avvio di una politica di concertazione tra i partiti di ispirazione cristiana che gravitavano nel centro del Polo delle libertà. Fu in questa occasione che Fitto e Formigoni annunciarono la nascita del Cdl, il movimento politico dei Cristiani democratici per la libertà. Il leader del Ccd, Casini, il presidente del Cdu, Formigoni, e il vicesegretario dello stesso Cdu, Fitto, si dichiararono contrari al “partito unico” con Forza Italia di Berlusconi, perché sarebbe stato “un regalo alle sinistre”, ma anche perché tenevano troppo alla loro autonomia e identità. “Noi”, concordarono e spiegarono i tre, “siamo nel Polo la gamba cattolica liberale, democratica e cristiana e abbiamo dimostrato che non ci hanno comprato con qualche poltrona”. Per Casini, Formigoni e Fitto, quindi, la struttura del Polo doveva essere a due gambe, la destra e il centro: “Ognuno fa la sua parte, anche se dobbiamo colpire uniti. Ma adesso non è il momento per il partito unico”.

I tempi non erano maturi perché Raffaele Fitto aderisse a Forza Italia. Anche trasmigrare nel Ccd, il partito del suo amico Casini, era inopportuno, poiché la “Vela”, anche in Puglia, era un partito già strutturato e lui avrebbe dovuto fare i conti con un gruppo dirigente già ben consolidato. Restare nel Cdu, rischiando la deriva verso il centrosinistra, non era per lui coerente politicamente. Per utilizzare al meglio il patrimonio di voti che aveva in Puglia, quindi, l’unica strada da seguire era quella di “parcheggiarsi” in un proprio partito, in attesa di momenti propizi per altre soluzioni. Il “partito di Fitto” indossava, così, un nuovo vestito, quello del Cdl, strumento tecnicamente indispensabile perché la sua lobby politico-elettorale potesse partecipare alle elezioni amministrative, da sola o in liste insieme ad altre formazioni politiche. Avere un proprio partito, anche se ancora tutto sulla carta e per nulla strutturato sul territorio, ma ben radicato nelle istituzioni, consentiva a Fitto di conservare la sua autonomia e di contrattare, da una posizione di forza, i posti per i suoi candidati nelle liste comuni.

In questa caotica fase di passaggio, nel Cdu arrivò una pioggia di commissariamenti. L’ascia di guerra del segretario Buttiglione si abbatté con forza, all’inizio di maggio 1998, soprattutto in Puglia, patria del suo ex delfino Raffaele Fitto. Il commissariamento delle segreterie regionali del partito contrarie all’abbraccio con l’Udr di Cossiga era, per la verità, già nell’aria, all’indomani del consiglio nazionale che sancì la frattura dell’asse Fitto-Formigoni con la linea del segretario Buttiglione. Ma fu all’inizio di maggio che la direzione nazionale del Cdu procedette alla nomina dei commissari in cinque regioni, mentre a Raffaele Fitto fu revocata la delega di commissario per l’Abruzzo. “Non ha ottemperato all’incarico”, era una delle motivazioni di Buttiglione, ma la più grave era quella di essersi reso “protagonista di iniziative, tra le quali l’annuncio della formazione di un nuovo soggetto politico”, quello del Cdl, che aveva lanciato insieme a Formigoni.

Tra le segreterie regionali commissariate c’era naturalmente quella pugliese. Venne deposto il segretario Rocco Palese e, al suo posto, la direzione nazionale mandò l’onorevole Clemente Carta. Secondo la motivazione della direzione nazionale, Rocco Palese era stato deposto perché era “tra i dirigenti che avevano presentato ricorsi tendenti ad impedire l’uso del simbolo e la presentazione di liste del partito alle imminenti elezioni”. La notizia del commissariamento non sorprese più di tanto gli ex cristiano-democratici uniti pugliesi, che, comunque, mantennero la consegna delle “bocche cucite”. Parlava soltanto Fitto: “I provvedimenti del professore Buttiglione si alternano tra il comico ed il farsesco: aver commissariato la maggioranza dei comitati regionali d’Italia e aver sospeso la maggioranza dei capigruppo nei Consigli regionali la dice lunga sul fatto che, tutti questi provvedimenti, sono gli ultimi atti di un personaggio che non ha nulla a che fare e a che vedere con la politica… Non voglio polemizzare e ritengo opportuno concludere questa vicenda senza scendere in ulteriori polemiche. Per questo auguro al professor Buttiglione un grosso in bocca al lupo per l’ennesimo ribaltone che si prepara ad attuare nel breve volgere di due anni”.

In Puglia, la scelta di campo di Fitto fu condivisa da tre parlamentari pugliesi e dal gruppo dei nove consiglieri regionali del Cdu. Fitto divenne coordinatore regionale del suo Cdl, che allora sembrava potesse confluire nel Ccd di Casini. Prove di fusione furono fatte, infatti, in occasione delle amministrative del maggio 1998, quando i candidati di Fitto si presentarono insieme a quelli di Casini, in una lista che presentava le due sigle del Cdl e del Ccd, ma con il solo simbolo di quest’ultimo partito, uno scudocrociato con le sembianze stilizzate di una vela.

Il risultato elettorale delle europee del 13 giugno 1999 non si discostava molto in Puglia da quello nazionale. Era anche qui la conferma della vittoria del Polo delle libertà e, in particolare, dell’area moderata del centrodestra. In Puglia, però, quel voto aveva sanzionato una novità: il sorpasso di Forza Italia su Alleanza nazionale. A cantare veramente vittoria era, infatti, il partito di Berlusconi, che, sotto la cura ricostituente del Cdl di Fitto, era diventato il primo partito regionale, con il 28% dei consensi, superando An, che si fermava al 13%, pur essendosi presentata insieme al Patto Segni. La scomparsa del leader pugliese di Alleanza nazionale, Giuseppe Tatarella, e la irrefrenabile ascesa politica del giovanotto di Maglie, Raffaele Fitto, si incrociavano in un appuntamento segnato dalla storia.

Giuseppe Tatarella era scomparso per un improvviso arresto cardiaco, avvenuto durante la fase preparatoria all’operazione di trapianto di fegato all’ospedale Molinette di Torino, appena quattro mesi prima delle consultazioni elettorali europee, l’8 febbraio 1999. “Pinuccio”, nato a Cerignola ma barese di adozione, aveva 64 anni quando scomparve. Tutta la sua vita politica era trascorsa, prima, nel Msi e, poi, in An. Non si era mai considerato fascista o post fascista, aveva spesso confessato di aver solo scelto il partito più anticomunista che ci fosse con l’animo “nazionalista, cattolico e democratico”. Tra il 1994 e il 1996, quando era stato vicepresidente del primo governo Berlusconi, Tatarella si meritò l’appellativo di “ministro dell’Armonia” per le sue capacità di mediazione e di dialogo. Nel partito missino, infatti, Pinuccio era il punto di riferimento dell’area moderata. Fu proprio lui, anzi, il principale fautore della svolta che portò Gianfranco Fini alla segreteria del Movimento sociale, nello storico congresso svoltosi nel 1987 a Sorrento. Tatarella si era impegnato anche nelle riforme, e fu relatore della nuova legge elettorale maggioritaria per il rinnovo dei Consigli regionali, che proprio da lui prese il soprannome, il così detto “tatarellum”. Prima della sua scomparsa, stava cercando di recuperare i voti dei moderati e, per questo, avrebbe dovuto fondare, a breve, il movimento dell’ “Italia federale”, insieme al capogruppo del Ccd al Senato, Francesco D’Onofrio.

Pinuccio Tatarella aveva tanta voglia di fare, teneva in serbo tanti progetti da realizzare, la lunga militanza politica non lo aveva ancora fiaccato. E tra i suoi progetti più importanti, non ultimo, c’era anche quello di portare il Polo oltre il Polo, organizzando una convergenza “tra quelli che votavano il Polo e quelli che l’ultima volta hanno votato Ulivo”. Eletto deputato ininterrottamente dal 1979, a partire dal 1970 era stato anche consigliere regionale in Puglia per due legislatura. Un percorso politico sempre in ascesa, con una forte accelerazione dopo la fine della prima Repubblica. Si parlò di lui come del “vicerè di Puglia”, per la sua capacità di imporre la sua leadership. Toccò l’apice nel 1994, quando un voto plebiscitario nel collegio Bari-centro gli confermò l’elezione alla Camera dei deputati e, successivamente, gli assicurò la vicepresidenza del Consiglio dei ministri e il posto di ministro delle Poste e telecomunicazioni nel primo governo Berlusconi.

Quando cadde il governo Berlusconi e il centrodestra tornò all’opposizione, Tatarella rioccupò il suo tradizionale incarico di presidente dei deputati di An alla Camera e divenne il vicepresidente della Commissione bicamerale per le riforme. L’onda lunga del successo elettorale del 1994 continuò, in Puglia, anche nel 1995. Un successo inaspettato che, sotto la sua guida, portò An pugliese a conquistare in un sol colpo, insieme al Polo, la Regione, le Province di Bari, Brindisi e Taranto e quattro dei cinque comuni capoluogo. Un successo senza precedenti, che lo indusse ad avviare il progetto “Oltre il Polo”, un progetto che mirava a calamitare i voti moderati dell’Ulivo. “Oltre il Polo” fu anche il titolo dell’editoriale che Pinuccio Tatatrella firmò, il 10 ottobre del 1996, quando riportò in edicola “Roma”, il quotidiano fondato nel 1962 e di cui era il direttore. Gli amici lo ricordano come “un burbero dal grande animo”. Aveva acuto il gusto della politica, tanto da accogliere con soddisfazione la candidatura, da parte del centrosinistra, del comunista Beppe Vacca, ex parlamentare del Pci e direttore dell’istituto “Gramsci”, a sindaco di Bari. E tra i primi attestati di cordoglio per la sua scomparsa ci fu proprio quello di Vacca, divenuto nel frattempo segretario regionale dei diessini: “Pinuccio era un mio caro amico e io amico suo da più di 40 anni. La sua morte improvvisa mi ferisce profondamente, non trovo le parole che vorrei dire per esprimere tutto il mio cordoglio alla famiglia, agli amici, alla parte politica che perde con lui un leader di grande intelligenza, di grandi passioni, di tenaci motivazioni”. Un profetico commento fu quello del vicepresidente della giunta regionale, il fittiano Rocco Palese: “La sua scomparsa chiude definitivamente una pagina della vita politica pugliese”.

E così fu. Il vuoto di leadership lasciato in Puglia, nel centrodestra, dalla morte di Pinuccio Tatarella, venne via via occupato da Raffaele Fitto. E i risultati elettorali delle europee del 1999 furono una prova tangibile di come il vento del potere stesse cambiando. Il voto ebbe ripercussioni pure in via Capruzzi, dove i rapporti di forza e gli equilibri vennero scossi, anche in vista delle imminenti elezioni regionali del 2000, che avrebbero visto il trionfo di Raffaele Fitto. I moderati del Polo si sentivano rinvigoriti dal risultato elettorale delle europee e riaprivano uno scontro con An, che continuava ad avere la maggioranza degli assessorati in Giunta, anche se il suo peso elettorale era calato. Fu proprio il Cdl di Fitto, per bocca del vicepresidente dell’esecutivo pugliese, Rocco Palese, a chiedere che, dopo il voto del 13 giugno 1999, ci fosse una verifica politica della maggioranza di centrodestra alla Regione. Il progetto politico di spostare l’asse del Polo pugliese verso il centro moderato, che a Fitto non era riuscito nel 1997, quando si dimise dalla vicepresidenza della Giunta regionale, andava prendendo corpo.

“Occupata” dal partito di Fitto, Forza Italia diventava il primo partito pugliese: 28 pugliesi su 100 l’avevano votata alle europee del 1999. Fitto aveva portato la sua consistente dote elettorale, ma l’alleanza con il partito di Berlusconi, in cui gli era stato concesso di presentarsi candidato, gli aveva assicurato il seggio nel Parlamento europeo di Strasburgo. Innegabile, comunque, il peso che aveva avuto il suo partito personale, che non aveva più ragione di esistere. Come, nel marzo del 1998, era nato in sordina il Cdl di Fitto, senza pompe magne, ma sotto l’incalzare degli eventi politici ed elettorali, così avvenne il suo atto di morte, nel marzo del 2001, dopo la decisione di Fitto di entrare in Forza Italia, in occasione delle regionali del 2000 e poi delle politiche del 2001. Il Cdl, sorto dopo la rottura col Cdu di Buttiglione, non era mai stato effettivamente un vero e proprio partito regionale, con sezioni capillarmente sparse su tutto il territorio pugliese, con iscritti, tesseramenti, organi di partito, eletti dopo assemblee e dibattiti precongressuali. Il partito di Fitto aveva la sua roccaforte in provincia di Lecce e qualche enclave, sparsa a macchia d’olio, nel resto della regione. Più che un partito politico, nel senso classico del termine, il Cdl di Fitto era una lobby politica, un movimento a cui aderivano esponenti politici, anche eletti in altri partiti o liste elettorali, sulla base di un patto di potere. Tranne che nelle provinciali di Lecce del 1999, una verifica politica elettorale vera e propria, su base regionale, il Cdl di Fitto non l’ha mai avuta. Un po’ costretto dalle vicende legate alla diaspora democristiana e dai tempi incalzanti delle scadenze elettorali, un po’ per calcolo politico di utili alleanze, Fitto aveva prevalentemente partecipato alle elezioni presentandosi, e facendo presentare i suoi uomini, in liste di altri partiti, o in liste comuni.

Fitto non poteva scegliere momento migliore per entrare nell’armata berlusconiana. A Berlusconi portava una dote consistente: quasi 130mila preferenze personali alle europee del 1999 e il 28,7% di consensi a Forza Italia nelle regionali del 2000. Con Fitto, Forza Italia in Puglia diventava un megapartito grande come la vecchia Dc. La pattuglia dei fittiani si era estesa, in dieci anni, fino a rappresentare la fetta di potere più consistente in Puglia. Dopo il successo alle regionali, il neo presidente Raffaele Fitto avviò, quindi, la confluenza del suo partito in Forza Italia, consentendo al Cavaliere di disporre in Puglia di una forza politica di quasi il 30%. L’atto di morte del Cdl fu firmato, ufficialmente, con il congresso provinciale di Lecce del marzo 2001, nel quale i cidiellini votarono l’unificazione con Forza Italia. L’interregno era durato a lungo e lo stesso Fitto mantenne per un certo periodo la doppia tessera.

Con la confluenza in Forza Italia, non si chiudeva solo il ciclo del Cdl di Fitto, sorto appena tre anni prima. Si concludeva, anche, un ciclo più lungo, iniziato dieci anni prima, quando intorno a Raffaele Fitto si radunò un gruppo di fedelissimi, “orfani” di un grande politico, come il padre di Raffaele, don Totò, scomparso tragicamente. Era la fine degli anni Ottanta, e quella squadra agguerrita di democristiani “made in Maglie” cominciò a farsi strada, avendo deciso di scegliere il figlio come leader e come continuatore della politica del padre. Si consolidò e rinnovò, così, quel “patto di ferro”, scritto vent’anni prima, tra l’allora assessore regionale e poi presidente della Regione Puglia, Salvatore Fitto, e quelle che erano le energie fresche del movimento giovanile democristiano, venute su con l’incoraggiamento del politico di Maglie. Quei ragazzi gli giurarono devozione e, quando la tragedia si compì, la riconoscenza si tramutò in impegno per non mollare, non perdere quel grande patrimonio di voti. “Davanti a quell’immensa partecipazione popolare”, commentò Rocco Palese, ricordando i funerali del padre, “decidemmo di stringerci attorno a Raffaele, un ragazzo, allora. In tanti cercavano di accaparrarsi il serbatoio di voti di Fitto. Successe di tutto. Ciriaco De Mita, che all’epoca era segretario nazionale della Dc e presidente del Consiglio, venne fino ad Ugento per presenziare al congresso degli eurogiovani, che era stato organizzato da Totò, prima che morisse. Arrivò con una scorta di cinquanta macchine e andò a casa della vedova. Capimmo subito che la cosa migliore era puntare sul congresso giovanile e, nel 1989, Raffaele diventò segretario provinciale dei Giovani democristiani, presupposto per entrare in lista e candidarsi alle regionali del 1990”.

Ma la politica, si sa, è l’arte dell’imprevedibile. E così, dopo la batosta elettorale di Forza Italia nelle elezioni europee e amministrative del giugno 2004, Raffaele Fitto, che sa guardare lontano, scruta i segnali di una possibile crisi del partito del Cavaliere e comincia a crearsi le vie di fuga, le scialuppe di salvataggio per approdare, insieme alla sua lobby politica, in più tranquilli lidi centristi. Il 19 agosto 2004 sceglie un’intervista a La Gazzetta del Mezzogiorno per annunciare che alle elezioni regionali dell’anno successivo avrebbe presentato una sua lista personale, la “lista del presidente”. In molti videro in quella scelta una chiamata a raccolta dei suoi fedelissimi, un modo per rispolverare l’idea del suo vecchio partito, il Cdl, un’occasione per ricontare le sue forze elettorali personali: “prove tecniche di autonomia da Forza Italia”, insomma. Il suo pragmatismo è proverbiale e il governatore non esita a delineare scenari centristi, al punto tale che qualcuno pensa addirittura che si stia preparando per cambiare campo quando, nell’ottobre 2004, lancia la demagogica e populistica campagna di raccolta di firme per una petizione popolare alla sua maggioranza a cui chiede la modifica del decreto 56 del 2000 e delle sue norme attuative sul federalismo fiscale. Se il leader diessino Massimo D’Alema gli rimprovera di non poter fare petizioni a se stesso (“chi governa non fa petizioni, ma atti concreti”), il sindaco di Bari, Michele Emiliano, è più esplicito nel chiedergli di essere coerente: “Per essere conseguente deve dare le dimissioni o non si deve candidare più con la maggioranza di centrodestra”.

Il punto di forza di Fitto resta, comunque, quel gruppo di superfedelissimi che sono da sempre il suo vero partito. “Guardando gli uomini che seguono Fitto durante le campagne elettorali”, scrive in un suo studio il politologo Marco Giaffreda, ricercatore della Società italiana di studi elettorali presieduta da Renato Mannheimer, “si ha l’impressione di avere di fronte, più che uno staff di tecnici, un gruppo compatto di persone specializzato nelle relazioni con i cittadini. Sono uomini fidati presenti sia nel quartiere centrale di Maglie, sia nei vari Comuni del Salento e della Puglia che hanno creato negli anni una rete fittissima di relazioni. Secondo alcuni osservatori, tra i componenti permanenti dello staff di Fitto in campagna elettorale, ci sarebbe anche la mamma. Vera esperta di campagne elettorali, ne ha fatte ben dieci con il marito”. Analizzando il successo di Fitto nel suo lavoro su “Le due campagna elettorali di Raffaele Fitto in Puglia: Europee 1999 e Regionali 2000”, Giaffreda aggiunge: “La gestione del consenso si cala in una vera e propria campagna elettorale permanente che si sostanzia in una ricerca continua del contatto diretto con i cittadini e con la gente comune, spesso anche su iniziativa diretta dello stesso Fitto, indipendentemente dalla vicinanza temporale di qualsivoglia tornata elettorale. A supportare ciò è stata creata negli anni una struttura capillare di uomini di fiducia del Presidente sparsi su tutto il territorio regionale. Una struttura ed un’organizzazione personale e non di partito che riporta direttamente a lui e che lo segue indipendentemente dalla sua collocazione politica. Infatti, questi uomini ora sono in Forza Italia ma ieri erano nel Ppi, poi nel Cdu e poi ancora nel Cdl. In questo modo – conclude Giaffreda – il momento della campagna elettorale vera e propria diviene una specie di moltiplicatore di tutto quello che già si faceva in precedenza”.

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