Quel 12 novembre/1
1. Prefazione
Questo, libro è nato dall’impegno di un giornalista che ha voluto veder chiaro nei fatti avvenuti a Lecce il 12 novembre del ’77, nei loro sviluppi e nelle loro conseguenze. Costituisce una cronaca ampia e documentata di alcuni mesi assai importanti per il movimento democratico leccese. Alla vigilia del processo sui fatti può essere letto come l’invito ad un bilancio di ciò che si è costruito — poco o molto — nel senso della democrazia in questa zona troppo spesso lasciata in penombra nel dibattito politico nazionale, e delle difficoltà, degli ostacoli della pesante repressione con cui il movimento deve fare i conti per andare avanti.
Cade, questa pubblicazione, in giorni quanto mai cupi per il Paese. Il rapimento di Aldo Moro e la strage dei cinque uomini di scorta rappresentano il livello massimo finora raggiunto da una strategia terroristica che innesca un meccanismo repressivo funzionale a processi di trasformazione autoritaria dello Stato, e tende di fatto ad espropriare le masse del diritto di far politica, di gestire le proprie lotte per la democrazia e il socialismo.
Il momento che viviamo segna infatti un punto estremamente elevato nell’escalation della repressione, e rischia di imprimere un rallentamento alle battaglie popolari e proletarie.
Le misure d’emergenza sull’ordine pubblico approvate il 21 marzo dal Consiglio dei Ministri, tra cui la facoltà concessa alla polizia di interrogare un cittadino sospetto in assenza del difensore, le disposizioni sul fermo di polizia, quelle sulle intercettazioni telefoniche, minando diritti civili fondamentali, ci rendono oggi meno liberi di ieri.
Intanto le perquisizioni nelle case di militanti della sinistra rivoluzionaria, l’impiego dell’esercito nelle ricerche intraprese dopo il sequestro, le reiterate richieste di ripristino della pena di morte contribuiscono a creare un clima di intimidazione e di minaccia.
A rincalzo, lo spietato assassinio dì marca fascista, compiuto a Milano, di Fausto Tinelli e Lorenzo Jannucci, due giovani di sinistra poco noti, simili a tanti loro coetanei e compagni, appare finalizzato a diffondere la paura della violenza indiscriminata, dietro l’angolo, e a stimolare il consenso a nuove misure eccezionali, a favorire, comunque, l’accettazione di quelle già adottate. Allo stesso risultato conduce l’ennesimo attentato delle Brigate Rosse che dopo la spettacolare, tragica azione di Roma proseguono la loro guerra privata contro lo Stato con il ferimento a Torino di Giovanni Picco, personaggio non di rilievo nella DC.
Tutto ciò costituisce un rapido sviluppo dì quel disegno di cui nei mesi scorsi si erano manifestate linee molto chiare sia sul piano legislativo sia sul piano giudiziario. Il «documento dei sei» sull’ordine pubblico presentato in novembre all’approvazione delle Camere, l’attivazione della misura del confino prevista dalla legge Reale (una misura di cui in seguito è stato modificato il meccanismo, ma che non è stata soppressa) l’attacco ai referendum sono alcuni degli strumenti usati per restringere gli spazi democratici e per ridurre alle corde l’opposizione. Sul piano giudiziario alle scandalose sentenze, miti o assolutorie, nei riguardi di fascisti che in questi anni hanno insanguinato l’Italia — basti citare per tutte la sentenza emessa in gennaio per i 132 di Ordine Nuovo — si contrappongono i procedimenti contro militanti della sinistra, rivoluzionaria: gli 89 mandati di cattura spiccati a Roma dal giudice missino Alibrandi, l’istruttoria Catalanotti a Bologna, le incriminazioni, gli arresti, la lunga detenzione preventiva per i fatti del 12 novembre dei giovani militanti di estrema sinistra a Lecce.
Queste misure e questi comportamenti, in quanto rappresentano le armi e gli aspetti di una repressione generalizzata, garantiscono e sostengono il programma varato dal capitale per uscire dalla crisi economica; spianano la via ad una ristrutturazione industriale che espelle migliaia di operai dai posti di lavoro, rispondono con la violenza alla protesta dì migliaia di giovani che non trovano occupazione, e che ogni giorno di più vedono diventare utopia le loro legittime aspirazioni ad una migliore qualità di vita. Quale può essere la vita in una società in cui, anche chi dovrebbe tutelare gli interessi dei proletari, vuole imporre, come valore supremo una produttività subordinata agli interessi dei padroni, contraria ai bisogni reali delle masse?
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Crisi economica, virulenta fascista e repressione antidemocratica e antiproletaria s’intrecciano, strettamente anche in Puglia, direi in Puglia con particolare evidenza. In questa terra colpita dall’emigrazione un’industrializzazione improvvisata non ha creato benessere, ma ulteriori squilibri sociali. La crisi ha investito la Puglia con violenza, mettendo in cassa integrazione centinaia di operai, provocando la perdita di centinaia di posti. Nella sola provincia di Lecce sono in crisi la Fiat-Allis, la Diba, la Fibi, la Doria, la Harry’s Moda, la Nomef, l’Idrocalce, la Sacea. L’alto grado della mobilitazione operaia per l’occupazione che ne è derivata preoccupa il padronato e i gestori locali del potere, che non esiterebbero ad usare, in accordo con le direttive nazionali, le forme più dure di repressione. Un segno chiarissimo se ne ebbe non molto tempo fa quando un ingente schieramento di polizia fronteggiò durante uno sciopero i picchetti operai davanti alla Manifattura dei Tabacchi di Lecce. In novembre d’altronde furono perseguiti penalmente, a Taranto, dieci operai dell’Italsider che avevano preso parte alle agitazioni durante una vertenza sindacale. Nel contempo i fascisti tentarono di sfruttare lo scontento sociale per fare della Puglia una delle zone calde della loro strategia, che è poi, in Puglia come altrove, strumentale a una duplice funzione: quella diretta di fiancheggiamento squadristico della reazione, e quella indiretta di provocazione per la repressione dì Stato. Che la Puglia sia terra di manovra cara ai fascisti dimostrano, come i fatti di Lecce del 12 novembre, così numerosi altri episodi. Basta ricordarne due, di tipo diverso. Il primo è un’azione delittuosa ideata nell’ambiente fascista brindisino, il sequestro Mariano, in relazione al quale il Pubblico Ministero, al processo di Taranto, chiese l’incriminazione del deputato di Democrazia Nazionale Clemente Manco. Il secondo, tragico, è l’assassinio, perpetrato a Bari alla fine di novembre, del giovane militante della FGCI Benedetto Petrone, una delle tante barbare aggressioni fasciste, un’impresa simile a quella compiuta appena qualche giorno fa, ancora nel Sud, a Caserta, da un gruppo di fascisti che hanno ferito in maniera gravissima, con lo scopo di uccidere, il giovane militante di Lotta Continua Danilo Russo.
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E’ in questo quadro, nazionale e pugliese, che si inseriscono i fatti avvenuti a Lecce il 12 novembre, esemplari dell’organico concatenarsi di provocazione fascista, violenza poliziesca e repressione nei riguardi dell’opposizione di sinistra. Proprio in quella giornata, il ministro Cossiga volle dare in tutta Italia una prova di forza: a Roma, a Torino, a Milano furono vietati i cortei del movimento; furono caricati con inaudita brutalità i giovani di sinistra che si mobilitavano nelle piazze.
Sulla dinamica dei fatti, e sugli aspetti che hanno caratterizzato finora la vicenda giudiziaria dei giovani democratici, e che ben si potrebbero definire persecutori, non mi soffermo: questo volume ne offre dettagliata notizia. Per la stessa ragione non mi soffermo su altre circostanze in cui si possono ravvisare indici significativi dell’attuale clima politico il linciaggio morale organizzato da più parti contro i denunciati, la volontà di screditare il movimento di opinione che li sostiene, il tentativo di presentare gli incidenti del 12 novembre come legati a trame e a connivenze sovversive; elemento questo che accomuna la vicenda leccese ad un’altra vicenda esemplare: quella dei giovani che saranno processati tra breve a Bologna per la «rivolta» del marzo ’77 e contro i quali fu avanzata l’ipotesi di un complotto. L’ipotesi crollò miseramente, ma, come sembra, non senza aver fatto scuola.
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Desidero proporre ora al lettore qualche conclusione provvisoria — da verificare in base alla documentazione che presenta il volume — sul significato e sui risultati del 12 novembre, e rilevare alcuni degli episodi più qualificanti, ai fini di un bilancio, della fase successive. A distanza di vari mesi dai fatti mi pare si possa dire che un processo nuovo ha avuto inizio, sia pur tra difficoltà e contraddizioni, nel tessuto politico della nostra zona. Quei giovani che il 12 novembre furono lasciati soli dalle forze della sinistra storica a manifestare il loro antifascismo, e che tuttora pagano duramente il loro impegno civile, svegliarono la coscienza democratica della città. La mobilitazione popolare fu immediata. Si ebbero all’indomani dei fatti i primi reali collegamenti tra settori sociali sino a quel momento separati gli uni dagli altri, tra intellettuali, operai, studenti, cittadini variamente impegnati nella vita politica: fra di essi, numerosi militanti del PSI ed anche iscritti non conformisti del PCI. L’Università divenne centro di discussione e di iniziative. Il 14 novembre il Consiglio di Facoltà dì Magistero espresse in una mozione poi resa pubblica, la sua solidarietà ai giovani antifascisti arrestati e ne chiese la liberazione. Altre manifestazioni di solidarietà vennero dal Consiglio di Facoltà di Scienze e Lettere e dalla Sezione CGIL Universitaria. Il Comitato per la liberazione dei compagni arrestati, che si costituì nei giorni immediatamente successivi agli incidenti, raccolse in breve numerosissime adesioni, che superarono, con firme di personalità di vasta risonanza, i confini locali. Già nei primissimi giorni Umberto Terracini, che ancora di recente ha espresso con una dichiarazione pubblica il suo appoggio alla campagna democratica in corso a Lecce, inviò un telegramma a sostegno degli antifascisti arrestati.
La mobilitazione assunse sin dall’inizio i caratteri di una battaglia complessiva per la democrazia e l’antifascismo. La richiesta di scioglimento del MSI-DN accompagnò in manifestazioni di massa e in varie sedi ufficiali le espressioni di solidarietà ai giovani democratici colpiti dalla repressione.
I caratteri di massa della mobilitazione emersero con forza in numerosi momenti. Ricordo tra i più significativi il processo popolare tenuto il 19 novembre nell’Aula Magna dell’università e qualificato da una massiccia presenza operaia, le due manifestazioni del 30 novembre, che rappresentarono una risposta militante all’assassinio di Benedetto Petrone e rinnovarono pubblicamente la richiesta della liberazione dei compagni arrestati, la giornata antifascista del 13 febbraio organizzata dall’università, in cui, già in apertura, il carattere rituale e di discussione teorica fu ribaltato dall’urgenza della situazione di lotta con l’approvazione, all’unanimità, di una mozione del Comitato. Ricordo infine la petizione popolare presentata al Presidente del Tribunale di Lecce il 14 febbraio, per la celebrazione del processo entro tempi brevi: tra i più che tremila firmatari, accanto a note personalità del mondo politico e della cultura, figurano centinaia e centinaia di operai, proletari, studenti.
L’allargamento del fronte dell’opposizione il collegamento, nella mobilitazione, di varie categorie sociali sono dunque le componenti del processo sviluppatosi dal 12 novembre ad oggi. C’è da aggiungere che all’interno di esso un elemento di rilievo, e nuovo, è la presenza di tutti quegli intellettuali che, nei fatti e con pubbliche dichiarazioni hanno affermato il proprio diritto alta critica e al dissenso e la necessità dell’impegno a fianco delle masse popolari e studentesche, negando il modello dell’uomo di cultura lontano dalla politica attiva, che ancora sopravvive, residuo ideologico arcaico, in una determinata e interessata parte dell’opinione pubblica, specialmente locale.
A questa larga presa di posizione sì è già risposto, come questo libro documenta, in modi e forme intimidatorie, nel tentativo di stroncare il dissenso e di impedire che cresca l’opposizione democratica, segno che quest’opposizione disturba e preoccupa i sostenitori dei vecchi equilibri.
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Sarebbe rischioso avanzare delle previsioni sugli sviluppi di questi avvenimenti e sulla tenuta delle forze che si sono aggregate a sinistra in questi mesi. Non si può però negare l’importanza del fatto che in una situazione specifica forze di provenienza diversa abbiano superato divergenze ideologiche, pur gravi, per portare avanzi una lotta democratica, antifascista e, in prospettiva, socialista. Ugualmente importante è che ciò sia avvenuto in concomitanza con altri episodi di vasta mobilitazione, quale, da ultimo, la forte risposta che la Milano democratica e proletaria ha dato il 22 marzo all’assassinio di Fausto Tinelli e Lorenzo Jannucci, vanificando con una partecipazione operaia imponente remore e riserve di vertice. Prove tutte che esiste, nonostante la pesantezza del momento, una capacità di opposizione tale da contrastare fermamente il disegno reazionario che minaccia l’esistenza stessa della democrazia nel nostro Paese,
E’ con questa fiducia e in questa prospettiva che vanno considerati, credo, gli avvenimenti di cui qui si vuol dare testimonianza.
Giulia Stampacchia
Lecce, 28 marzo 1978